Novembre 2003 - BERLINGUER E CRAXI - LA “WELTANSCHAUUNG” LI DIVISE di Edoardo Crisafulli da MondOperaio n. 6 - Novembre Dicembre 2003

01 novembre 2003



Berlinguer non fece nulla — assolutamente nulla — per rinnovare la sinistra italiana. Diversamente dal promotore della Glasnost, si estraniò dal potere ufficiale e si arroccò nel suo splendido isolamento. Chiamandosi fuori dai giochi di potere ufficiali, occupò il proscenio dell’azione politica senza sporcarsi le mani in tal modo poteva denunciare le storture del “sistema” mantenendo quell’alone di purezza ideologica che mandava in visibilio le masse comuniste. Naturalmente, la dirigenza comunista era ben versata nell’arte del “consociativismo”, ovvero nella pratica degli accordi sottobanco e del governo parallelo con spezzoni della maggioranza di governo.
Ma tutto ciò si svolgeva dietro le quinte e quindi non disturbava il quadro idilliaco di una opposizione comunista “dura e pura”

"La democrazia (liberale o socialista) presuppone l'esistenza di una pluralità di centri di potere (economici, politici, religiosi ecc.) in concorrenza fra di loro la cui dialettica impedisce il formarsi di un potere assorbente e totalitario. Di qui la possibilità che la società civile abbia una certa autonomia rispetto allo Stato e che gli individui e i gruppi possano fruire di zone protette dall'ingerenza della burocrazia. La società pluralistica è inoltre una società laica nel senso che non c'è alcuna filosofia ufficiale di Stato, alcuna verità obbligatoria. Nella società pluralista la legge della concorrenza non opera solo nella sfera economica, ma anche in quella politica e in quella delle idee. Il che presuppone che lo Stato è laico nella misura in cui non pretende di esercitare, oltre al monopolio della violenza, il monopolio della gestione dell'economia e della produzione scientifica. In breve: l'essenza del pluralismo è l'assenza del monopolio. Tutto il contrario delle tendenze che si sono affermate nel sistema comunista. I veri marxisti-leninisti non possono tollerare contro-poteri, ideali comunitari diversi da quello collettivistico. [.1 Se vogliamo procedere verso il pluralismo socialista, dobbiamo muoverci in direzione opposta a quella indicata dal leninismo: dobbiamo diffondere il più possibile il potere economico, politico e culturale. Il socialismo non coincide con lo statalismo. Il socialismo, come ha ricordato Norberto Bobbio, è la democrazia pienamente sviluppata, dunque è il superamento del liberalismo e non già il suo annientamento." Bettino Craxi


Oggi, in Italia, va di moda imputare ogni nefandezza ai personaggi politici della cosiddetta "prima Repubblica". Bettino Craxi è forse il bersaglio preferito. Un articolo apparso di recente - "La morale divise Berlinguer e Craxi" ("la Repubblica", 31 agosto 2003) - demolisce, senza alcuna pietà, la figura del leader socialista. Ne è autore Piero Ottone, giornalista di chiara fama. Se i giudizi caustici di Ottone fossero solo "farina del suo sacco", come si suol dire, non varrebbe la pena esaminarli. Ma poiché sono diffusi a macchia d'olio negli ambienti della sinistra post-comunista, l'amor di verità mi spinge a far chiarezza. La scintilla che ha acceso la miccia è un' osservazione di Piero Fassino, il quale, nel suo libro autobiografico Per passione (Rizzoli 2003). ha avuto il coraggio di dire l'indicibile: "La sfida con Craxi colse i comunisti impreparati e mise a nudo il loro ritardo nel misurarsi con la modernità". Craxi aveva dunque ragione e Berlinguer torto? Apriti cielo! Ottone attacca l'audace, ancorché tardiva, autocritica del leader diessino. E lancia, subdolamente, un severo ammonimento: guai ad insinuare il tarlo del revisionismo nella mente degli italiani! Guai a mettere in discussione alcunché nel sonnolento panorama della cultura post-comunista e post-marxista! Stupisce che un autorevole commentatore politico quale è Piero Ottone si lasci sfuggire una sequela di osservazioni approssimative e superficiali.
Non intendo tracciare un bilancio del Governo presieduto da Craxi, cosa che richiederebbe un saggio a sé stante. Voglio solo ricordare che la premiership socialista conseguì almeno due risultati notevoli, come gli storici Sabbatucci e Vidotto ci ricordano: la stabilità politica (il Governo Craxi fu il più lungo della storia repubblicana) e una politica economica di successo (l'inflazione scese dal 10,8% al 4,7%, e il Pil crebbe al ritmo del 3% annuo). Aggiungerei anche un terzo risultato: una politica estera autorevole e determinata. Grazie al Governo guidato da Craxi, l'Italia acquistò un certo prestigio sulla scena politica internazionale. Due episodi cruciali vengono in mente: il duro scontro con Reagan nel caso Sigonella e la decisione, osteggiata furiosamente dal Pci, di far installare anche in Italia i missili Cruise e Pershing contro gli SS2O schierati da Breznev. E tuttavia l'eredità politica di Bettino Craxi non è circoscritta ai risultati del suo Governo. Né risiede nel (pur lungimirante) progetto di riforma dello Stato e delle istituzioni da lui lanciato nel 1979 - quantunque sia molto credibile una ipotesi di storia "virtuale": la Grande Riforma craxiana, se non fosse stata affossata sul nascere dalla manovra a tenaglia condotta dal Pci e dalla Dc, avrebbe rinnovato profondamente la società civile e politica italiana, cosicché l'infausta stagione di Tangentopoli non avrebbe avuto ragion d'essere. In realtà, come afferma Luciano Pellicani in un suo bellissimo articolo, l'autentico merito storico del leader socialista è nell'aver riaffermato, vigorosamente, l'identità riformista del Psi: "La cosa di gran lunga più importante [della eredità di Craxi] è stata la sua battaglia - tenace, continua, martellante - contro il massimalismo della Sinistra" (cit. da Id., Discutiamo seriamente il revisionismo craxiano, in "Le ragioni del socialismo", n. 45, febbraio 2000). E qui mi fermo perché non vorrei incappare nello stesso errore che rimprovero agli intellettuali post-comunisti in questo articolo: l'agiografia di Enrico Berlinguer.
Mi soffermo invece sui giudizi apodittici del giornalista di "la Repubblica". Turbato dal fatto che Craxi oggi goda di "buona stampa" - ma le cose stanno davvero così? A me sembra vero il contrario! - dopo un decennio di attacchi selvaggi nei suoi confronti, Ottone dà il seguente giudizio sul leader socialista: "Se è giusto giudicare un uomo politico, pragmaticamente, dal risultato finale, il suo risultato fu pessimo: prese in mano il Partito socialista e lo distrusse".
Lanciata la pietra, però, il nostro Ottone nasconde la mano: "Non è questa la sede per giudicare il personaggio", egli scrive. Ma cos'è quella che lui emette se non una condanna in piena regola, peraltro pronunziata senza lasciare alcuna possibilità di appello al condannato?
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La Grande Riforma craxiana, se non fosse stata affossata sul nascere dalla manovra a tenaglia condotta dal Pci e dalla Dc, avrebbe rinnovato profondamente la società civile e politica italiana
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Il giudizio di Ottone non è originale: già Giorgio Bocca ed altri commentatori hanno detto e ridetto, più o meno, le stesse cose. Ma il suo articolo affronta una questione avvincente: il burrascoso rapporto tra socialisti e comunisti all'epoca della mitica segreteria Berlinguer. Prima di entrare nel merito, però, debbo reagire a quel giudizio sommario e a quella condanna immeritata: la mia coscienza me lo impone. Chiunque ha il diritto, per non dire il dovere, di inorridire quando la storia del proprio Paese viene stravolta e manipolata. Naturalmente, ognuno è libero di leggere gli avvenimenti politici come meglio crede. Tuttavia la libertà di interpretazione, come ci insegna Umberto Eco, ha dei limiti invalicabili: altrimenti è puro arbitrio.

Che Craxi abbia commesso errori madornali - non meno di altri leader politici - nessuno può negarlo. Ma che egli sia divenuto il capro espiatorio di una intera stagione politica, quella di Tangentopoli, è davvero troppo: è un insulto all'intelligenza degli italiani, e non solo di coloro che votavano socialista. Se Craxi ha mandato in malora il Psi, non è dunque argomentabile che tutti gli altri leader, incluso Achille Occhetto, abbiano fatto altrettanto con i partiti che guidavano? Giacché, è bene ricordarlo, nessuna formazione politica della prima Repubblica è sopravvissuta alla tempesta di mani pulite. La Dc non esiste più. L'ha forse distrutta Craxi? IL Pci si è dissolto come neve al sole. Ci fu anche qui la longa manus del diabolico Craxi? In cosa consiste dunque l'ecce zionalità del caso Craxi se tutti gli attori di quella tragedia - la quale, malauguratamente, ha spesso assunto i connotati di una farsa - con-divisero le medesime responsabilità?
Conosco assai bene il ritornello, ripetuto ad nauseam dai postcomunisti: tutti colpevoli, tutti assolti. E' il mantra preferito di Eugenio Scalfari, che lo scandisce ossessivamente sulle pagine di "la Repubblica". Nulla di più vero: una colpa collettiva vuole, logicamente, un'assoluzione collettiva. Ma è altrettanto vero, a rigor di logica, l'affermazione seguente: un solo colpevole, tutti assolti. La colpa, se ricade su un solo individuo, richiede anch'essa l'assoluzione collettiva. Del resto, la figura del grande colpevole, di colui che paga per tutti, è profondamente innervata nella cultura cristiano-giudaica: non ci ricorda forse il capro espiatorio, l'agnello sacrificale di biblica memoria? Lo stesso Cristo non riscattò forse l'umanità intera dal peccato originale, la colpa collettiva del genere umano, accettando il supplizio della croce?

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La tenacia con cui i discepoli di Berlinguer si erano trincerati sulle loro posizioni ideologiche non fece presagire nulla di buono per l'evoluzione della società italiana
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Ma i detrattori di Craxi sono riusciti a rovesciare quel concetto, mutuato dalla cultura cristiana, nel suo contrario: il leader socialista fu l'unico, grande colpevole delle magagne politiche italiane. E poiché innocente non era, la sua caduta in disgrazia non poteva riscattare nessuno. In questa visione apocalittica, Craxi avrebbe un solo merito: ha offuscato le colpe altrui, tanto colossali erano le sue. Direi che, per rimanere sul terreno teologico, la caduta di Craxi ricorda quella di Lucifero: dalla luce di Dio alle tenebre degli inferi.
Boutade a parte: le scorciatoie intellettuali conducono, inesorabilmente, sull'orlo di un baratro. I tumultuosi anni Novanta rimarranno sfocati e incomprensibili finché non ci saranno analisi storiche e politiche intellettualmente oneste e rigorose: lo stesso Msi, che peraltro non fu lambito dalle indagini giudiziarie, ha mutato nome e fisionomia come tutti gli altri partiti. Non sarà dunque che ben altro era in gioco che non la corruzione della classe politica italiana? Non sovviene ad Ottone il dubbio che Tangentopoli - fenomeno interamente italiano si sia intrecciato agli effetti devastanti del tracollo del comunismo sovietico? Ma questo argomento si preferisce non sollevarlo: scoperchierebbe il vaso di Pandora, e ne uscirebbero i guai e le colpe di coloro che furono sodali dell'incubo sovietico.
Entriamo dunque nel vivo dell'argomentazione di Ottone: il macigno sulla strada del dialogo tra Craxi e Berlinguer, cioè l'ostacolo insormontabile che impedì l'alleanza tra socialisti e comunisti, fu nientedimeno che "la questione morale". "Il Partito socialista, come si è poi ampiamente dimostrato, era un partito corrotto, e non mi riferisco solo ai finanziamenti illeciti, di cui erano colpevoli, quale più quale meno, anche gli altri partiti." Ad Ottone non difetta la chiarezza e, debbo dire, una certa dose di coraggio.

La dirigenza del Psi era, in sintesi, ~la quintessenza della corruttela italica. Tutti "rubavano" per il loro partito - mostrando in tal modo probità e altruismo - mentre i socialisti intascavano direttamente le tangenti. Questa tesi, alquanto grossolana, potrebbe anche essere veritiera, ma dovrebbe essere documentata. Affermazioni ditale gravità richiedono una documentazione pubblica e dunque falsificabile, nel senso popperiano del termine. E invece Ottone cosa dice? Ricorda un misterioso incontro, avvenuto "ai primi tempi del centrosinistra", con Flaminio Piccoli, il leader democristiano, il quale, "perfino lui", era scandalizzato dalla "fame" arretrata dei socialisti. Non c'è che dire: una ineccepibile prova provata di colpevolezza! Se questo è il metodo - dar credito alle insinuazioni ascoltate in una conversazione casuale - qualunque accusa è lecita: si potrebbe dire che tutti i comunisti italiani nascondevano armi in casa ed erano pronti all'insurrezione armata, oppure che i militanti del Pci erano spie al soldo dei sovietici; e che dire dei democristiani? Potremmo accusarli in blocco di essere stati collusi con la mafia quando non addirittura mafiosi essi stessi; e via di questo passo: come dicono gli inglesi, the sky is your limit - la fantasia può correre a briglie sciolte.
Sulla questione dei finanziamenti illeciti ai partiti si può disquisire al- l'infinito: ma su un punto "casca l'asino". L'incontro rivelatore tra Ottone e Piccoli avvenne durante il centrosinistra, ai tempi di Pietro Nenni. Finalmente, si è squarciato il velo! Finalmente qualcuno gioca a carte scoperte! La colpa dei socialisti non risale dunque ai tempi di Craxi, ma è assai più antica. Il peccato originale fu la decisione di collaborare ai governi della Democrazia cristiana. Una delle intelligenze più lucide della dirigenza comunista, Giorgio Napolitano, ha scritto osservazioni illuminate a questo proposito: "Vennero a lungo accusati di cedimento i socialisti per essere andati al governo con la Democrazia cristiana: e non all'epoca di Craxi, ma di segretari ben più miti, e molto rispettabili per passato politico e onestà personale, come Nenni e De Martino. Un cedimento non è un tradimento ma con esso confina." ("la Repubblica", 11 gennaio 2003). Ecco dunque il male oscuro del socialismo riformista e democratico italiano, secondo i postcomunisti: l'accusa di tradimento, di aver abbandonato gli ideali socialisti per bramosia di potere.

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Quale dialogo, se non un dialogo tra sordi, era mai concepibile in una situazione in cui i leader dei due maggiori partiti della sinistra italiana parlavano lingue completamente diverse?
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Un altro esponente del Pci, Napoleone Colajanni, si distinse, al pari di Napolitano, per onestà intellettuale. Egli, pur non risparmiando critiche durissime al Psi, ammise ciò che era evidente a tutti: negli anni Settanta ed Ottanta, il sistema politico italiano era bloccato - o, meglio ancora, "blindato" - a causa del torpore dei comunisti, i quali erano refrattari ad ogni ipotesi di rinnovamento politico e/o di revisione dei principi teorici del marxismo. La tenacia con cui i discepoli di Berlinguer si erano trincerati sulle loro posizioni ideologiche non fece presagire nulla di buono per l'evoluzione della società italiana: a causa dell'intransigenza comunista, "la sinistra italiana rimase una anomalia che rendeva anomalo il funzionamento della democrazia italiana" (L. Pellicani, cit). Proprio in quel periodo l'indebolimento elettorale della Dc mise il Psi con le spalle al muro: come Colajanni dovette ammettere, il Psi era gravato dalla "responsabilità di assicurare la governabilità democratica del Paese" (cit. da Comunisti al bivio, Mondadori 1987, p. 37). Non è un caso che stabilità e governabilità furono le parole d'ordine di Bettino Craxi.

Quale dialogo, se non un dialogo tra sordi, era mai concepibile in una situazione in cui i leader dei due maggiori partiti della sinistra italiana parlavano lingue completamente diverse? Sabbatucci e Vidotto parlano di un "antagonismo [da parte della dirigenza comunista] quasi personalistico nei confronti del Psi di Craxi, alimentato dalle polarità anche caratteriali dei due leader" (Storia d'Italia, vol. 6, Laterza 1999, p. 203). Lo scontro tra le personalità carismatiche di Berlinguer e Craxi, tuttavia, non spiega le ragioni profonde delle lacerazioni nella sinistra italiana. Il cuore del problema è che il dinamismo e l'iniziativa politica dei socialisti non venne mai digerita dai loro cugini comunisti.
Colajanni fu tra i primi a riconoscerlo, e, coerentemente, fece autocritica. I comunisti italiani reagirono con virulenza al "revisionismo" dei socia-listi, giacché provavano "risentimento verso coloro che riuscivano là dove il grande partito non era riuscito. Una reazione di rigetto che spesso ha sconfinato nel settarismo e in un viscerale antisocialismo" (op. cit., p. 37). Come un amante geloso e possessivo, il Pci voleva la Dc tutta per sé (ricordate il compromesso storico?), senza però rinunciare al concubinaggio col Psi (in cui, inutile dirlo, il ruolo della concubina era affidato a quest'ultimo). Fuor di metafora: il Pci ambiva a dettar legge nella politica italiana senza retrocedere di un solo millimetro dalle sue posizioni ideologiche. In altre parole: il Pci non volle mutare di una virgola la sua identità comunista e le sue scelte di collocazione politica internazionale. Berlinguer desiderava accordarsi con la Dc per giungere al governo dell'Italia. Al Psi al sarebbe spettato un ruolo di mera comparsa quale satellite orbitante attorno al pianeta comunista. Ma la prospettiva poteva anche essere peggiore: secondo i suoi nemici più agguerriti. il Psi sarebbe dovuto scomparire - assieme al Psdi e al Pri - nella pattumiera della storia politica italiana. Non dimentichiamo che Berlinguer, confortato in ciò dal sostegno entusiastico di innumerevoli esponenti del suo partito, puntò il dito contro Bettino Craxi e lo accusò di essere un pericolo (sic!) per la democrazia italiana.

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Poteva Craxi accettare il disegno di Berlinguer? Poteva rassegnarsi ad una strategia che prevedeva il suo suicidio politico, nonché la resa incondizionata del riformismo socialdemocratico? No, che non poteva
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Poteva Craxi accettare il disegno di Berlinguer? Poteva rassegnarsi ad una strategia che prevedeva il suo suicidio politico, nonché la resa incondizionata del riformismo socialdemocratico? No, che non poteva. E, grazie a Dio, affilò le sue armi e diede battaglia. Certamente, egli si servì di ogni mezzo - in primis il finanziamento illecito - per realizzare la sua politica di autonomia dalle due grandi chiese della politica italiana. Certamente, fu assai (forse troppo) spregiudicato nell'azione politica: ma quale altro leader era schiacciato come lui tra l'incudine democristiana e il martello comunista? Le due chiese raccoglievano, assieme, circa il 70% dei voti degli italiani. Solo un demiurgo avrebbe saputo agire meglio di Craxi. Con questo non voglio assolverlo dalle sue colpe: ad un certo punto Craxi, preso tra due fuochi, perse la bussola: cominciò ad attuare una politica di potenza fine a se stessa.

La sua strategia - perseguire l'autonomia socialista nel quadro di una modernizzazione radicale della società italiana - s'annacquò fino a trasformarsi in mero tatticismo. Mentre gran parte della dirigenza socialista (soprattutto a livello periferico), da un certo momento in poi, non pensò ad altro che alla conquista di fette sempre più consistenti di potere, Craxi cominciò a preoccuparsi solo del proprio avvicendamento alla guida del Governo. E, colpa ancora più grave per un leader della sua statura, perse il polso della situazione nel Paese reale: non capi - o forse capì troppo tardi - che quella politica di piccolo cabotaggio, priva di respiro strategico, era ormai apertamente osteggiata dagli italiani.
L'avversione alla "partitocrazia" dilagava in tutti i settori della società italiana: coloro che volevano le riforme e l'alternanza di governo imputavano anche al Psi gli effetti deleteri dell'immobilismo politico di cui solo in minima parte Craxi era responsabile. In altre parole: il Psi, verso la fine degli anni Ottanta, rimase in qualche modo avviluppatonelle sue stesse trame. Né seppe recepire e dar rappresentanza al desiderio di rinnovamento del sistema che gli italiani ormai reclamavano a gran voce.
Cosa sarebbe successo se Craxi avesse denunciato quel sistema di corruttela prima che i magistrati irrompessero sulla scena? Forse la storia politica italiana avrebbe preso un'altra direzione. Perché, se lo avesse fatto, Craxi avrebbe potuto additare l'unica vera ragione del mancato rinnovamento della classepolitica italiana: un sistema bloccato e impermeabile alle politiche rifor-miste. E bloccato, come abbiamo già visto, il sistema italiano lo era davvero, ma non per colpa dei socialisti:la causa prima era la "diversità comunista", sbandierata orgogliosamente come un vessillo identitario. La conventio ad excludendum nei confronti del Pci è una foglia di fico: offusca il ruolo attivo che i comunisti ebbero nell'autoescludersi dal governo del Paese. E qui non alludo solo al rapporto di sudditanza verso l'Unione Sovietica, sebbene anch'esso abbia pesato sulla bilancia della storia politica italiana. Mi riferisco anche ad una povertà di elaborazione teorica e politica che impedì al Pci di uscire dalle secche del suo conservatorismo. Per dirla con Berlinguer. il Pci ad un certo punto esaurì la sua "forza propulsiva".
Cosa sarebbe dunque successo se Berlinguer avesse avviato una riforma radicale del Pci in senso socialdemocratico, almeno dieci prima di Tangentopoli? La storia italiana avrebbe senz'altro preso un'altra direzione, giacché il sistema si sarebbe sbloccato non per via giudiziaria ma per via politica: Tangentopoli non sarebbe mai scoppiata, non almeno nelle forme virulente che abbiamo conosciuto, e ci saremmo risparmiati quella micidiale ondata di antipolitica che è tuttora una piaga aperta nella società italiana. Se la mitica segreteria Berlinguer non aveva le forze o i mezzi per traghettare il Pci verso la socialdemocrazia, come insinua Ottone, allora ogni ricostruzione politica e storica di quegli anni turbolenti è tempo perso: nessun dirigente politico è dotato di libero arbitrio; ci muoviamo tutti come automi in un mondo regolato da leggi meccaniche e deterministiche. Ma le cose non stanno così: forse che Craxi, come sostengono i suoi denigratori, non era libero di perseguire una politica diversa? Perché viene riconosciuta ad un leader - Craxi - quella libertà di movimento che viene negata all'altro - Berlinguer?
Ottone coglie un parallelo storico tra le biografie di Berlinguer e di Gorbaciov. L'analogia è fuorviante: Berlinguer non fece nulla - assolutamente nulla - per rinnovare la sinistra italiana. Berlinguer, diversamente dal promotore della Glasnost, si estraniò dal potere ufficiale e si arroccò nel suo splendido isolamento. In un certo senso, agi come un eroe romantico. Chiamandosi fuori dai giochi di potere ufficiali, occupò il proscenio dell'azione politica senza "sporcarsi le mani": in tal modo poteva denunciare le storture del "sistema" mantenendo quell'alone di purezza ideologica che mandava in visibilio le masse comuniste. Naturalmente, la dirigenza comunista era ben versata nell'arte del "consociativismo", ovvero, in parole povere, nella pratica degli accordi sottobanco e del governo parallelo con spezzoni della maggioranza di governo. Ma tutto ciò si svolgeva dietro le quinte e quindi non disturbava il quadro idilliaco di una opposizione comunista "dura e pura", aliena da ogni compromissione con il "malgoverno" democristiano e socialista. Più calzante dunque è l'analogia tra Craxi e Gorbaciov: entrambi seppero rischiare di persona assumendosi fino in fondo le responsabilità di chi giunge al governo del proprio Paese; entrambi si gettarono in politica animati da ideali di rinnovamento; entrambi dovettero seguire le regole di un gioco che forse non condividevano, ma che era più grande di loro; entrambi furono schiacciati da un sistema che non riuscirono a trasformare dall'interno e che li travolse; entrambi finirono miseramente: dimenticati (Gorbaciov) o vilipesi (Craxi).

Ogni storico che si rispetti sa bene che le interpretazioni moralistiche in politica, non valgono un bel nulla. Non intendo dunque paragonare la figura di Craxi a quella di Berlinguer dal punto di vista "morale": dovremmo prima stabilire cosa intendiamo per moralità, e il discorso si complicherebbe. Del resto, non conosco (né mi preme conoscere) l'entità del patrimonio da loro posseduto e i modi in cui lo hanno acquisito. A differenza di Piero Ottone e di tanti altri giornalisti italiani, non ho gli elementi per pronunciarmi sulla onestà personale di questo o quel dirigente politico. Ma sub specie onestà intellettuale e politica", avrei molte osservazioni da fare.

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La "conventio ad excludendum" nei confronti del Pci è una foglia di fico: offusca il ruolo attivo che i comunisti ebbero nell'autoescludersi dal governo del Paese
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Miriam Mafai ("la Repubblica", 2003) ha messo, come si dice, il dito nella piaga: "La memoria di Berlinguer, l'amore, direi, per Berlinguer, il rimpianto per la dimensione etica che egli aveva impresso alla politica è ancora oggi uno degli elementi costitutivi della identità della sinistra che si riconosce nella storia del Pci". Parole sacrosante: è ancora difficilissimo per chiunque, a sinistra, criticare spietatamente Enrico Berlinguer: il Pci coltivò forme di venerazione per i propri leader, le quali sconfinavano nel culto della personalità. E infinitamente più semplice aggredire Bettino Craxi, figura che non è mai stata circondata da un alone di santità. Paradossalmente, questo è il prezzo postumo che Craxi sta ancora pagando per aver gettato alle ortiche il concetto di partito-chiesa (o partito ideologico), tipico della tradizione marxista-lenimsta.
La tentazione di emettere giudizi tagliati con l'accetta, sulla falsariga di Ottone, è quasi irrefrenabile: mi verrebbe da dire che Berlinguer fu un leader politico fallimentare nonché il più miope tra i segretari del Pci nel dopoguerra. Ma non lo farò: mi limito ad osservare che di carisma il compianto Berlinguer ne aveva a iosa; quanto a "fegato" invece era piuttosto male in arnese. Non ebbe mai il coraggio di denunciare fino in fondo il comunismo come teoria e prassi. Né seppe traghettare il partito fuori dalle pericolose secche in cui era arenato.

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Se la mitica segreteria Berlinguer non aveva le forze o i mezzi per traghettare il Pci verso la socialdemocrazia, come insinua Ottone, allora ogni ricostruzione politica e storica di quegli anni turbolenti è tempo perso
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No, caro Ottone, ciò che scavò un fossato incolmabile tra Berlinguer e Craxi non fu l'onestà personale. Ciò che li divise - e profondamente - fu la loro Weltanschauung: avevano una visione diametralmente opposta della società e della politica. Forse si potrebbe anche argomentare che Berlinguer era, come i suoi agiografi lo dipingono, un eroe senza macchia e senza paura. In tal caso, la moderazione e l'estrema cautela nel giudicare politicamente l'Unione Sovietica non furono dettate da codardia.
A questo punto, però, bisognerebbe riconoscere un dato di fatto incontrovertibile: Berlinguer non rinnegò il comunismo come teoria e prassi giacché rimase, in ogni fibra del suo essere, un marxista-leninista arciconvinto. Nella conferenza stampa del 15 dicembre 1981, dopo l'infame colpo di Stato del generale Jaruzelski in Polonia, Berlinguer rilasciò dichiarazioni a dir poco sconcertanti. Ricordiamo che solo otto anni dopo, nel 1989, la gloriosa costruzione sovietica sarebbe crollata miseramente, come un castello di carte. In quella occasione Berlinguer affermò che la "capacità propulsiva di rinnovamento" del socialismo reale si era esaurita. Che manifestazione di audacia intellettuale! Che prova sublime di perspicacia ed intelligenza politica! Per dimostrare urbi et orbi la sua straordinaria capacità di analisi storica, Berlinguer si lanciò nell'esegesi della sua sibillina dichiarazione: "Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi, che ha la sua data d'inizio nella Rivoluzione socialista d'ottobre, il più grande evento rivoluzionario della nostra epoca, e che ha dato luogo poi a una serie di eventi e di lotte per l'emancipazione nonché ad una serie di conquiste". Non un singolo accenno agli errori - ma sarebbe più corretto chiamarli crimini contro l'umanità - commessi dalla dirigenza sovietica fin dagli albori del comunismo. Dirò di più: Berlinguer, con quelle parole, non ritratta, ma addirittura rinfocola, il mito della rivoluzione bolscevica - un evento palingenetico che solo in un momento successivo, in virtù di cause in gran parte esterne (l'accerchiamento da parte delle potenze capita-liste), avrebbe deviato dal suo glorioso cammino.
Non una parola sull'anti-bolscevismo di sinistra, sul revisionismo del "social-traditore" Eduard Bernstein, sul riformismo socialdemocratico. Evidentemente i bolscevichi, eroi rivoluzionari a tutto tondo, erano dalla parte del giusto. Del resto, la forma mentis di Berlinguer emerge in maniera inequivocabile nel corso di quella infelice conferenza stampa: tra le altre cose, il compianto leader comunista ebbe a dire: "Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro validità". Ricordiamolo ancora una volta, a scanso di equivoci: era il 1981, non il 1921. Una critica del bolscevismo e/o del leninismo, per quanto tardiva, avrebbe avuto conseguenze devastanti nella sonnacchiosa cultura comunista: se avevano avuto ragione i menscevichi e i revisionisti socialdemocratici, allora, in Italia, l'opera di Filippo Turati avrebbe oscurato, come in una eclissi solare, la mitica figura di Antonio Gramsci -una eresia inconcepibile per la chiesa comunista, la quale aveva già canonizzato sia Gramsci sia il suo epigono Palmiro Togliatti. E un santo, come è noto, rimane santo per l'eternità.

II fatto è, caro Ottone, che il carismatico Berlinguer credette fino all'ultimo dei suoi giorni al superamento? del capitalismo ed osteggiò sempre la socialdemocrazia italiana. Nessuno ha mai capito fino in fondo cosa significasse la fumosa e ambigua formulazione "terza via". Ma una cosa era chiara a tutti: si trattava di una dichiarazione di guerra al mondo imprenditoriale, all'economia di mercato e alla logica del profitto in quanto tale. Eppure Ottone è benevolo al riguardo: tali dettagli li considera trascurabili di fronte all'integrità morale del personaggio: "Il suo distacco dall'Unione Sovietica fu forse troppo lento". Forse? Il celeberrimo "strappo" da Mosca, che avvenne nel 1981, fu grottesco avrebbe avuto un significato politico di rottura solo se fosse avvenuto vent'anni prima. Negli anni Ottanta occorreva una politica ben più temeraria. Né Berlinguer, continua Ottone, si "staccò mai del tutto, intellettualmente, dal comunismo inteso come teoria". (Sic!!) Come se questo fosse poco! Ma non è forse questa la ragione per cui la sinistra italiana si è frantumata, dal 1921 in poi, in due fazioni contrapposte? Non è forse questa la causa che rese impossibile, in Italia, una alternativa di governo riformista e socialdemocratica? E non è forse questo il motivo per cui la democrazia italiana non è riuscita a rinnovarsi per l'unica via naturale:quella politica?

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Di carisma il compianto Berlinguer ne aveva a iosa. Quanto a "fegato" era invece piuttosto male in arnese
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Affinché non sussistano dubbi sul pensiero politico di Enrico Berlinguer, cito per esteso alcune sue affermazioni in una intervista rilasciata a Eugenio Scalari ("la Repubblica", 28 luglio 1981): "Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche - e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla Dc - non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in quale modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione".Il pensiero di Berlinguer è imperniato sull'autocontraddizione: da un lato rifiuta la pianificazione centralizzata dell'economia - uno dei canoni del marxismo-leninismo - e riconosce il valore del mercato e dell'iniziativa individuale; dall'altro lato, però, sostiene che queste ultime realtà - il mercato e l'iniziativa - non funzionano più "dentro le forme capitalistiche". In altre parole: le fondamenta del capitalismo non reggono più l'edificio sovrastante! Berlinguer vagheggia un socialismo utopistico, ma pur sempre rivoluzionario, il quale, con un salto dialettico, possa superare la logica del capitalismo senza sopprimere del tutto né il mercato né l'impresa (preservando, in tal modo, un barlume di libertà individuale).

E' la quadratura del cerchio. Ma, al di là delle contraddizioni, è interessante cogliere lo spirito che anima quelle parole: esse sono intrise di una vena messianica e metafisica che sembra desunta dagli scritti degli epigoni più rozzi di Karl Marx: il sistema capitalistico non genera solo ineguaglianza e disagio sociale. Esso è nientedimeno che la ragion d'essere del "male di vivere" dell'uomo contemporaneo: è la causa primigenia della "barbarie" imperante, della "noia" esistenziale, della "disperazione" diffusa ovunque. E assente in questo pensiero una sia pur minima profondità prospettica e filosofica: Berlinguer non comprende che inquietudini e disagi psicologici attanagliano l'essere umano in quanto tale. Nessuno può negare che le società capitalistiche post-industriali e tecnologicamente avanzate abbiano prodotto nel corso della loro evoluzione, una miriade di problemi inediti e preoccupanti. Ciò che - detto per inciso - giustifica e richiede l'intervento politico dei riformisti socialdemocratici. Ma il male di vivere, avrebbe detto Montale, è costitutivo dell'animo umano: è un portato della nostra finitudine e mortalità. Nessuna trasformazione delle società umane può creare, per incantamento, la felicità e la pace perpetua. Nel pensiero di Berlinguer permane l'antico sogno giacobino - il quale, nella concreta realtà storica, si è rivelato un incubo - della trasformazione radicale della natura umana mediante la dissoluzione delle formazioni politiche e/o sociali in cui essa si troverebbe imprigionata. Un incubo, quello giacobino, trasmesso in eredità al marxismo-leninismo: la rottura rivoluzionaria dovrebbe far sì che il regno della necessità si trasformi nel regno della libertà.

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Ciò che li divise - e profondamente -fu la loro "Weltanschaung": avevano una visione diametralmente opposta della società e della politica
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Anche sul finire degli anni Ottanta - quando la resa dei conti con la storia obbligò il Pci a cambiar nome ed identità - gli intellettuali e i dirigenti dell'area comunista continuarono a dipingere la socialdemocrazia a tinte fosche. In ciò seguivano coerentemente la lezione berlingueriana: nella celebre intervista a Scalfari citata poc'anzi, il mitico segretario comunista affermò apoditticamente: "Si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica". Anziché rilevare il fallimento catastrofico del socialismo reale, Berlinguer coglieva, con insolito acume e solerzia, i segni di una crisi irreversibile nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese (il Psi, ovviamente, non era contemplato in quella denuncia in quanto non era da ritenersi più un partito di sinistra). Neppure Napoleone Colajanni ebbe dubbi a tal proposito: "Nessuna delle due soluzioni, quella socialdemocratica e quella comunista, prospettate dalla classe operaia, si è rivelata valida in Europa occidentale per la trasformazione del sistema" (op. cit, p. 32). Qualunque contorsione intellettuale è ammessa pur di non riconoscere un dato di fatto elementare: il Psi, storicamente, ebbe ragione e il Pci torto. Che la socialdemocrazia abbia segnato il passo e commesso errori, talora anche gravi, è fuor di dubbio. Ma che essa sia da paragonarsi alla tragica esperienza del socialismo reale è una forzatura. Il comunismo è stata una utopia generosa, su questo si può essere d'accordo, ma si è poi trasformato in un incubo allucinante per milioni di persone. Il socialismo democratico e riformista europeo non avrà trascinato il paradiso in terra, ma almeno non ha sulla coscienza l'acquiescenza nei confronti di un regime che ha liquidato fisicamente centinaia di migliaia di persone nei lager della Siberia.
Occorre, dunque, riconoscere a Craxi un "grande merito storico: di aver aggredito frontalmente la mitologia marxista-leninista proprio quando quella mitologia sembrava esser trionfante su tutta la linea. Prima che Craxi irrompesse sulla scena, nessun dirigente socialista o social-democratico aveva osato mettere in discussione il marxismo. Non lo aveva fatto Saragat e non lo aveva fatto Nenni." (L. Pellicani, cit.). Craxi, lui sì, ebbe un coraggio da leoni allorché sfidò apertamente "il massimalismo ormai imperante nei partiti e nei sindacati, nelle università e nei mass-media" (Ibidem). Il leader socialista impose una brusca virata ideologica al Psi: le radici storiche e culturali dei socialisti italiani, ripeté ossessivamente Craxi, erano nel riformismo di Filippo Turati e di Eduard Bernstein e non già nel marxismo-leninismo dei bolscevichi. Craxi espose - senza ambiguità ed incertezze - le aberrazioni di un modello, quello marxista-leninista, che prevedeva la liquidazione fallimentare del capitalismo, da sostituirsi con un sistema burocratico incentrato sulla socializzazione dei mezzi di produzione e sulla pianificazione economica. Un modello che ha cancellato la libertà individuale, creando forme insostenibili di alienazione nonché manifestazioni inedite di sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Un modello che ha trovato compiuta realizzazione nell'Unione Sovietica, descritta icasticamente da Luciano Pellicani come un "mostruoso impasto di dispotismo, miseria, corruzione, irrazionalità ed imperialismo" (Ibidem).

Eppure gli intellettuali italiani, i quali in gran parte professavano la fede marxista, inorridirono dinnanzi al turpe revisionismo craxiano. Poiché la cultura italiana (università, editoria, riviste ecc.) era interamente dominata dall'intellighenzia organica al Pci, i socialisti democratici avevano speranze pressoché nulle di vittoria sull'avversario comunista: sul campo di battaglia ideologico, lo spazio di manovra era ridotto e le forze riformiste erano troppo esigue.

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Il fatto è, caro Ottone, che il carismatico Berlinguer credette fino all'ultimo dei suoi giorni al superamento del capitalismo ed osteggiò sempre la socialdemocrazia italiana
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Qui non è in questione il ruolo cruciale che il Pci ha svolto nella costruzione e nel consolidamento della democrazia italiana. I socialisti sono pienamente coscienti del fatto che il Pci, a partire dalla Costituente in poi, ha il merito storico di aver eretto un argine a salvaguardia dei lavoratori, degli emarginati, dei disoccupati e dei ceti più deboli della popolazione italiana. Il Pci, nessuno può negarlo, ha anche fornito un contributo determinante al progresso giuridico e civile del nostro Paese. A onor del vero, bisogna rammentare che il Pci, con grande lealtà, fece quadrato attorno alle istituzioni democratiche e repubblicane in alcuni momenti bui e tristi della storia italiana: cosa sarebbe successo, ad esempio, se i comunisti italiani non avessero reagito con fermezza alla minaccia terroristica delle Brigate Rosse? Non oso neppure pensarlo. Il celebre discorso di Luciano Lama in difesa della legalità democratica, quello sì, fu "un'espressione di geometrica potenza".
Si tratta, tuttavia, di esigere un'autocritica da parte dei post-comunisti italiani su due gravissimi errori che ebbero conseguenze politiche devastanti non solo per la sinistra italiana, ma per lo stesso rinnovamento della società italiana: a) l'avversione, per non dire l'odio viscerale, verso il socialismo riformista e la figura di Bettino Craxi; b) la sudditanza psicologica e politica nei confronti dell'Unione Sovietica. Nessuna autocritica, naturalmente, è fine a se stessa: senza una coscienza chiara del nostro passato, non possiamo discutere del nostro futuro. La stagnazione politica italiana è dovuta, in gran parte, all'anomalia di una sinistra anomala, cioè massima-lista e radical-antagonista. Detto ciò, colpe e meriti, naturalmente, ci sono da entrambe le parti: il Pci era un pachiderma sonnolento, e i suoi dirigenti non tenevano i piedi per terra. Eppure - dobbiamo riconoscerlo - i comunisti furono sempre animati da una tensione ideale ammirevole. Il Psi, invece, era agile come una gazzella: sotto la guida di Craxi riuscì a rinnovarsi e ad inserirsi pragmaticamente nella realtà politica italiana. Ma alcuni suoi dirigenti, camrnin facendo, dimenticarono gli ideali che sono la linfa vitale di ogni progetto riformista.

Mi auguro che la dirigenza dei DS prosegua con determinazione sulla via maestra tracciata da Turati, Nenni e Craxi, riaccostandosi alla migliore tradizione del riformismo socialista e del solidarismo di ispirazione cattolica. L'antico male del socialismo italiano - la frattura insanabile tra sinistra radical-antagonista e sinistra di governo - non potrà essere sanato finché l'anima riformista non assumerà con decisione la guida politica di tutte le forze progressiste. E, perché ciò avvenga, occorre una discussione a tutto campo e senza remore sulle ragioni politiche che hanno portato a "mani pulite" e alla liquidazione del Psi. Finché non verrà avviato un dibattito sine ira et studio - un dibattito, cioè, che non criminalizzi l'avversario di un tempo - nessuna prospettiva autenticamente riformista potrà sbocciare in Italia. Purtroppo articoli come quello di Piero Ottone non aiutano a sanare una delle piaghe purulente che affliggono la società italiana: la "guerra civile a sinistra" - secondo la felice immagine di Ugo Intini - la quale dal 1921 ha opposto socialisti e comunisti e che, nell'Italia di oggi, torna a riproporsi nella contrapposizione tra riformisti e massimalisti.
Chi scrive non è mai stato un "craxiano di ferro" nel periodo in cui conveniva esserlo: quando Bettino Craxi, trovandosi alla guida del Governo, era circondato da schiere di adulatori. Ma ora che è morto (e sepolto in terra straniera) e schernito ad ogni pié sospinto, voglio manifestare la mia ammirazione e riconoscenza per ciò che Craxi - in qualità di leader socialista e statista italiano - ci ha lasciato in eredità. Nonostante i suoi limiti e gli errori che ha commesso, Bettino Craxi aveva idee infinitamente più chiare e lungimiranti - rispetto ad Enrico Berlinguer - non solo sulla modernizzazione della sinistra, ma anche sul futuro della società italiana.

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