Milano, 28 gennaio 2006, Socialisti Democratici Italiani - Federazione regionale lombarda - Quarto congresso regionale. Relazione introduttiva

28 gennaio 2006

Introduzione

Dobbiamo decidere, innanzitutto, quali obiettivi intendiamo assegnare a questo 4° congresso dello SDI che si tiene così a ridosso della competizione elettorale.

E’ un dovere formale, un obbligo da assolvere in ossequio alle regole della democrazia partecipata? E’ l’atto preparatorio della kermesse di Fiuggi a cui è affidato il solo

compito di assicurare due giorni di illuminazione mediatica sullo SDI e sulla Rosa nel Pugno?

Non penso che possiamo accontentarci di questo. Non penso che possiamo permetterci di accontentarci di questo. Non penso che renderemmo giustizia a noi stessi accontentandoci di questo.

Non possiamo sprecare l’occasione di un dibattito vero: per noi stessi, per quanto abbiamo fatto in questi anni, per la responsabilità della grande tradizione del socialismo lombardo che ci siamo dovuti assumere e che ci siamo assunti.
Non solo: anche per la vitalità del progetto della Rosa nel pugno in cui siamo impegnati, perché sia capace di farsi capire dagli italiani, di farsi amare e scegliere.

Emma Bonino, settimana scorsa al congresso SDI di Torino, parlava dei mal di pancia reciproci che l’improvvisa, forse inattesa convivenza sta generando nei socialisti e nei radicali, mal di pancia che rischiano di diventare piombo nelle ali di un progetto che è nato per volare, per parlare non solo alla razionalità degli italiani ma anche alle loro speranze, ai loro sentimenti profondi.
Un dibattito vero – e cioè: la libertà di espressione unita alla responsabilità delle decisioni - è l’unico antidoto conosciuto, che funziona solo se tutte le opzioni sono aperte, se l’esito della discussione non è già scontato e se, allo stesso tempo tutti si assumono la responsabilità delle conseguenze di una libera scelta.

Infatti, non si tratta tanto di affrontare perplessità intellettuali e distinguo teorici, quanto di assumere una decisione politica, definitiva e condivisa nelle sue linee sostanziali, su un progetto che l’urgenza dei tempi ha obbligato a far nascere in fretta e che ora, nell’imminenza della elezioni, dopo essere stato approvato dall’assemblea nazionale del partito in novembre, attende, da noi oggi per la nostra responsabilità e da Fiuggi il suggello definitivo.

Bisogna assumere una decisione definitiva, perché poi inizierà una campagna elettorale che sarà diversa dalle ultime che abbiamo conosciuto, quando il simbolo della coalizione copriva tutti e teneva ciascuno – partito e candidato - al caldo che si era conquistato nelle opache nottate a piazza Santi Apostoli per l’assegnazione dei collegi sicuri.

Il proporzionale ci obbligherà a mettere di nuovo la nostra faccia in piazza, a spiegare il perché della Rosa nel pugno, e questo non si fa con il cuore tiepido e la mente piena di dubbi.

Dunque facciamo un congresso vero: non per eliminare tutti i dubbi, tutte le antipatie, tutte incertezze ma per prendere, pesati tutti i fattori, una decisione netta, convinta, condivisa. E portarla a Fiuggi e nelle case degli elettori lombardi.

Prima di entrare nel merito delle questioni che intendo porre alla vostra attenzione, consentitemi di sottolineare altri due punti preliminari.

Questo è il congresso della più grande regione d’Italia. Non solo, di una regione che ha dato alla storia del socialismo italiano un contributo essenziale e determinante.

Non possiamo rinunciare ad essere ambiziosi, non possiamo non porci l’obiettivo di continuare quella storia, tornando ad incidere in modo decisivo nella costruzione del futuro del movimento socialista nel nostro paese.
Non voglio essere frainteso: questo non significa pensare a mozioni lombarde, a specificità regionali, particolarismi, leghismi di partito, minori e marginali.
Vogliamo essere parte attiva, decisiva, consapevole e responsabile della stagione che si apre con queste elezioni. Dobbiamo pretenderlo e dobbiamo lavorare per essere all’altezza della nostra pretesa. Anche per questo serve un congresso vero.

L’ultima riflessione riguarda il futuro del partito e la sua storia recente: comunque vadano queste elezioni lo SDI non sarà più ciò che è stato in questi anni. La traversata del deserto è finita, a meno che non siamo noi che, essendoci affezionati alla vita nomade, non vogliamo ritornarci per sempre, nel deserto.
La tradizione socialista non è rimasta senza eredi, l’obiettivo di tanta fatica è raggiunto e, dunque, non è più un obiettivo.

Questo apre la questione del futuro: cos’è oggi un partito, cos’è oggi un partito socialista? Quali sono gli ideali per cui si spende e con chi li condivide? Quali le battaglie concrete su cui si mobilità, si fa riconoscere ed è riconosciuto? Cosa sarà lo SDI, cosa sarà la Rosa nel pugno, quando avremo vinto le elezioni?

Quest’ultimo punto non è da discutere oggi, a due mesi dalle elezioni. Lo pongo a futura memoria, come impegno fra di noi, per un dibattito che si dovrà fare. Un piccolo seme che mettiamo nella nostra terra perché, passata la stagione elettorale possa germogliare.


La fed, l’unione e il partito democratico

Siamo arrivati a questa stagione diversamente da come avevamo progettato. La delusione delle elezioni europee del 99 e l’inutilità degli opportunismi elettorali sancita dal fallimento del Girasole nel 2001, avevano condotto il Congresso di Genova del 2002 a lanciare, nello scetticismo generale, la prospettiva della casa dei riformisti.
In ben altra atmosfera, a Fiuggi, nel 2004, quella strategia fu confermata e finalizzata al progetto prodiano dell’Ulivo a cui nel frattempo avevano aderito sia DS, sia Margherita.

Non si tratta di ritornare a quel dibattito che ha visto fra di noi sensibilità diverse, anche se, purtroppo, non un vero e proprio confronto politico. Le tesi del nostro congresso ripercorrono puntigliosamente le ragioni di quella stagione. Serve però riaffermare che non furono ragioni superficiali a spingerci su quella strada e nemmeno ragioni che oggi ci siano divenute estranee o che rinneghiamo.

Il novecento è davvero finito ed una società profondamente mutata non rientrerà più nel vecchio abito della rappresentanza politica - basato su DC, PCI e PSI - che la fine dell’URSS e tangentopoli hanno irrimediabilmente lacerato.
La democrazia, però, continua ad avere bisogno di partiti forti, capaci di ascoltare la società, di elaborare, di progettare, di realizzare, dialogando da pari con gli altri poteri. Partiti democratici, che possano votare e contarsi per decidere senza per questo rompersi. E guidare autorevolmente la coalizione e il Paese.

La stagione dell’Ulivo è stata la stagione dell’integrazione delle culture riformiste. Piena di difficoltà e di contraddizioni, che alla fine hanno prevalso, ma con un obiettivo chiaro e condiviso dagli elettori.

Abbiamo combattuto quella battaglia politica fino in fondo e, per quanto è stata la mia responsabilità in questo, non me ne pento per nulla. Le battaglie politiche vere non hanno mai un finale già scritto e solo alla fine si sa se si è vinto o perso. Per questo si devono fare fino in fondo, pena il perdere la possibilità stessa di vincere. Era vero allora, è vero oggi per la Rosa nel Pugno.

In molti sostengono che abbiamo sacrificato la nostra presenza in consiglio su quell’altare. Può darsi, come è possibile che io abbia commesso errori nella gestione di quella campagna elettorale: ma, se errore c’è stato, non è stato nella scelta di fondo.
D’altra parte nessuno ha controprove e un eventuale insuccesso della lista di partito avrebbe comportato conseguenze anche peggiori, sia sul piano politico che della rappresentanza. Oggi poi, non è detto che le prossime elezioni non ci restituiscano quel consigliere regionale che poche centinaia di preferenze ci hanno negato un anno fa.

Dopo le molte polemiche interne e i molti mal di pancia di allora, oggi mi capita di sentire spesso un specie di rimpianto per quella stagione, anche in molti compagni che allora erano pieni di perplessità e dubbi. I rimpianti però non sono una strategia.

Quella stagione non è finita perché gli elettori l’hanno bocciata ma perché la Margherita ha, legittimamente, deciso che si doveva aprire, nella coalizione, la stagione della competizione.
Il tema, simbolico e insieme sostanziale, su cui la frattura è stata consumata è stato il referendum sulla procreazione assistita.

L’obiettivo dichiarato è stato quello di riposizionare la Margherita nel dibattito sul voto cattolico e sul cosiddetto “centro” che si andava sviluppando tra le tante anime ex-DC della Cdl e dell’Unione.

Per questo, quella rottura ha automaticamente posto la questione della laicità dello Stato: perché nata anche per assecondare i numerosi pronunciamenti delle gerarchie ecclesiastiche che hanno preceduto e seguito il referendum e ne sono stati anticipazione e conferma.

Non possiamo non contestare quella visione della questione politica, che individua in un centro moderato e cattolico l’area decisiva ed insostituibile per il governo del Paese.
La società è policentrica e l’idea di rappresentare la politica su una linea retta è una semplificazione che andava bene negli anni ’50 ma che oggi è veramente inadeguata per interpretare la realtà. Con nuona pace di Casini e Follini, il moderatismo non basta a definire una politica e nemmeno l’ossequio a priori alla gerarchia religiosa, a cui anche la vecchia DC riusciva ad opporre le ragioni della propria autonomia.

Su tutti questi temi, il comportamento di Prodi è stata davvero apprezzabile.

Il brusco cambiamento della linea della Margherita, seguito alle primarie, magari lascia un poco stupefatti e attoniti ma certamente rende ragione di un partito che non è nato per essere un partito di ex-DC.

Rimane il fatto che quello strano progetto di partito democratico che oggi si appresta a presentarsi alla Camera ma non al Senato, non può certo esaurire al proprio interno il tema di un assetto del centro sinistra riformista più rispondente al profilo che la società italiana è andata assumendo negli anni.

E’ un dibattito che ci interessa ma non rifaremo la Fed: vogliamo partecipare con un’identità forte e con il peso che chiediamo alla Rosa nel Pugno ed alle prossime elezioni di darci.


La riforma elettorale

La riforma della legge elettorale in senso proporzionale ha dato un colpo definitivo all’assetto strategico messo a punto dal centro sinistra per le elezioni.

Il simbolo dell’Unione, costato lunghissime discussioni, è scomparso improvvisamente dalla competizione elettorale: non apparirà sulle schede.

Il risultato dei diversi partiti è affidato alla capacità di caratterizzarne il profilo ideale e dunque alla attitudine distintiva e competitiva che sapranno darsi. La coalizione non distribuisce più seggi sicuri.

Proprio nel momento in cui gli elettori di centro sinistra, appartenenti a partiti diversi, incoronavano Prodi alle primarie, con una partecipazione inattesa che deve fare riflettere, il ruolo del leader della coalizione veniva ricondotto al peso del partito di cui è espressione.

E’ bene che tutti noi aggiorniamo di conseguenza i nostri modelli comportamentali e relazionali, con l’opinione pubblica e con gli altri partiti. E velocemente.

La Rosa nel Pugno nasce nel nuovo contesto proporzionale, che è collaborativo – perché le coalizioni rimangono con la nuova legge, per affermare un progetto di governo – ma anche competitivo, perché ciascuno conquista il proprio ruolo nel rapporto diretto con gli elettori, anche a scapito degli alleati.

Nasce per dare voce non tanto all’anticomunismo democratico che il fondo di Panebianco sul Corriere ha richiamato, quanto agli eredi di quell’Italia che vent’anni fa ha respinto il compromesso storico: tutti i socialisti, certamente; e i radicali; e i laici e i liberali. Ma anche i molti che votavano DC turandosi il naso e i tanti italiani senza tessera che furono attratti dalla capacità di andare controcorrente del PSI di Bettino Craxi in quegli anni cruciali.

Certo, oggi il compromesso storico non c’è più, in quanto tale, e sarebbe ingeneroso oltre che sbagliato, liquidare DS e Margherita come i discendenti diretti di quella DC e di quel PCI. Eppure resiste, all’interno di quei partiti, la tendenza a ritenere che nel confronto-scontro fra i loro leader ed i loro apparati si risolva per intero la dialettica del centro sinistra riformista.

Non è vero.

C’è un pezzo di società che può votare a sinistra ma che non guarda lì e non vuole guardare lì. Questo è il nostro teorema e la Rosa nel Pugno nasce per dimostrarlo.

A tutti noi rosapugnisti – socialisti, liberali, radicali - deve essere chiaro che se esso non verrà dimostrato dagli elettori il 9 aprile, non verrà messa in discussione solo la Rosa nel Pugno ma la stessa ragion d’essere di un partito laico, socialista liberale e radicale autonomo e dotato di peso elettorale e capacità di governo.

Non ce la caveremo, nessuno di noi, con un’alzata di spalle e una battuta. Né insieme né singolarmente.


La rosa nel pugno.

La Rosa nel pugno è il progetto di un nuovo partito. Per questo il suo simbolo non può essere una bicicletta.

Un nuovo partito che nasce da molte nobili storie e non ne rinnega nessuna. Per questo non ha senso porre il problema di abbinare il garofano alla rosa.

Un progetto che vuole contribuire a cambiare il paese ed il mondo; che vuole affrontare, dicendo sua, tutti i temi della politica, dell’economia e della società ma che nasce con le radici solidamente affondate nel terreno. Si direbbe con i piedi per terra se non fosse un fiore.

Solo i progetti velleitari nascono senza vincoli o si permettono il lusso di non considerarli: noi siamo idealisti ma anche concreti e la Rosa nasce per durare e dunque deve tenere ben presente quali sono i vincoli posti dalla realtà alle sue ambizioni.

Innanzitutto: il peso elettorale della RNP lo stabiliranno le elezioni di aprile a darcelo; su molti temi, una visione comune fra le diverse storie che danno vita alla Rosa deve essere costruita nel tempo, con il confronto e con le battaglie comuni: oggi non è consolidata e non può esserlo in tre mesi. La credibilità di una forza politica presso l’opinione pubblica è figlia dei comportamenti che si assumono giorno dopo giorno e su molti temi deve ancora essere conquistata.

Questi, tra gli altri, i fattori da tenere in conto nel pensare una strategia.

Alla luce di questi vincoli, la RNP nasce sull’idea di laicità per diverse ragioni.

Innanzitutto: su quella frontiera si è consumato lo strappo che ha archiviato la stagione della Fed e quello, con il referendum sulla fecondazione, è stato il primo terreno di scontro scelto, non da noi, per la stagione della competizione. E non potevamo non rispondere.

Per i DS si tratta di un tema difficile da presidiare, sia per la necessità di accreditarsi come forza di governo capace di rappresentare anche il mondo cattolico sia per un antico retaggio di ambiguità su questi temi: quello che portò alla diversità di voto fra PCI e PSI sull’art. 7 della Costituzione e che fu alla base delle perplessità di Berlinguer sul referendum sul divorzio. Non è un caso che nel programma dell’Unione il tema della laicità sia del tutto trascurato.

La Rosa nel Pugno è dunque la voce, nell’Unione, di una parte rilevante della sensibilità della sinistra laica, delle donne e dei giovani che altrimenti non sarebbe presidiato.

Incredibilmente la laicità è uno spazio politico disponibile.

La laicità è anche un tema su cui radicali e socialisti hanno costruito negli anni la loro credibilità. Nessuno la contesta, gli elettori la percepiscono. Noi stessi che da anni militiamo nei partiti del socialismo italiano la sentiamo come nostra, profondamente radicata nella nostra storia, fin dalle battaglie sul divorzio delle donne socialiste dei primi del ‘900.

Dunque non è solo uno spazio politico non presidiato m anche un tema che possiamo autorevolmente fare nostro ed essere riconosciuti.

La laicità è anche un questione rilevante, ma su questo aspetto torno fra poco.

Da queste ragioni nasce la scelta di porre questo tema alla base della campagna elettorale.

Alcuni di noi vivono questa scelta come una specie di indebita castrazione dell’orizzonte ideale del socialismo riformista e liberale che si trascina inevitabilmente una sudditanza culturale, politica e mediatica nei confronti della componente radicale della Rosa nel Pugno.

Sarebbe facile rispondere che ogni scelta comporta qualche controindicazione e che, comunque, da settembre la RNP occupa stabilmente uno spazio non secondario su tutti i quotidiani italiani. Ma il sentimento che pervade il partito è così sottilmente negativo e potenzialmente devastante, da richiedere una risposta più compiuta, che entri nel merito.

La laicità delle istituzioni, dello Stato e della società è un tema assolutamente centrale, su cui non si riflette abbastanza. E’ un bene astratto ed immateriale ma sottovalutarlo, trascurarlo, dimenticarlo ha conseguenze concretissime e potenzialmente terribili.

Abbiamo troppa storia per farci incantare dalle obiezioni che interlocutori interessati – avversari o alleati – agitano contro di noi.

Vi è stata, all’apparire della Rosa nel Pugno la tendenza trasversale – da Pera a Casini, da Mastella a Castagnetti, fino a Violante e, in qualche caso a Bertinotti - a liquidare i temi posti all’attenzione degli italiani da Boselli, Bonino, Pannella snobbandoli con obiezioni riassumibili in slogan di semplice comunicazione: tematiche importanti ma non prioritarie; temi e toni dell’anticlericalismo di stampo ottocentesco e dunque superati dalla storia.

Forse anche molti fra noi hanno subito la suggestione di queste obiezioni che sono ingiuste e sbagliate per diversi motivi.

Noi viviamo in un’epoca marcata a sangue dall’attentato alle torri gemelle, la sfida dell’Islam fondamentalista all’Occidente.

Da allora, tutto è stato condizionato da quel fatto che è ha costituito la dichiarazione di guerra dell’Islam integralista e fondamentalista al nemico mortale che stava conquistando i suoi fedeli ed erodendo il suo potere: l’idea di democrazia, l’idea di uno stato laico che garantisce i diritti di tutte le religioni e di tutte le fedi, guidato dal confronto democratico fra gli uomini e le donne che ne fanno parte. Non un attacco all’occidente cristiano ma all’occidente laico e liberale sul piano istituzionale e libertario su quello dei comportamenti individuali.

E’ curioso che il principio della laicità dello stato che è uno dei cardini della nostra cultura, sia considerato un elemento marginale e secondario proprio mentre è oggetto di un attacco violento da parte di forze che contestano alla radice quel principio e con esso la nostra civiltà!

La rinascita dell’integralismo religioso non è una tendenza presente solo nel mondo islamico. In America ed in tutto l’Occidente i movimenti religiosi fondamentalisti stanno acquisendo sempre più forza. Il Presidente Bush stesso, new born christian, ha trovato proprio in quei movimenti il consenso elettorale che gli ha consentito di essere rieletto.

Anche il mondo cattolico è attraversato da spinte integraliste che trovano sempre più sostegno dalla gerarchia ed il rinnovato interventismo politico della Cei, con l’indicazione della strategia elettorale per il referendum da parte del suo presidente, ne è una chiara rappresentazione.

Ma, ciò che è ancora più grave, la politica sembra spesso aver smarrito il senso della propria autonomia, anzi sembra voler cavalcare la marea montante dell’integralismo religioso per trasformarla in una base elettorale.

Non vogliamo un mondo diviso in universi separati, ciascuno determinato dalla propria religione: non possono che nascerne incomprensioni e diffidenze. Non può altro che crearsi, in ognuno di essi, uno spazio sempre più ampio per il fondamentalismo e per il terrorismo contro l’altro che sta altrove e che, oltretutto è ricco.

Se la risposta dell’occidente all’attacco di Al Kaheda sarà quella di nascondersi dietro la croce, di contrapporre all’integralismo islamico l’integralismo cristiano, esporremo l’umanità al rischio di lunghi anni di terrorismo e di guerre, simili a quelli vissuti dall’Europa all’indomani della riforma luterana e del concilio di Trento. Se vincerà la Lega e l’esposizione del crocefisso nelle aule diventerà lo strumento per ricordare a bambini incolpevoli che sono in casa d’altri, la strada sarà, per quanto riguarda il nostro paese, tracciata.

Considerazioni come queste non si applicano solo alla politica estera. Anche la scuola, ad esempio, dovrà tenere conto di questo, anzi dovrà basarsi su questo principio di laicità.

Noi, e con noi penso tutta l’Unione, siamo e saremo contro a qualsiasi riforma che configuri una scuola di classe, in cui quella pubblica diventa progressivamente la scuola dei poveri, su cui si scaricano tutti le contraddizioni della società - emarginazione, immigrazione, diversità – mentre i “migliori” studiano altrove.

Ma siamo e saremo anche ostinatamente contro al modello di scuola che CL così bene interpreta nella nostra regione: la scuola come estensione del modello culturale della famiglia. Tanti modelli culturali, tante scuole. Così che i figli dei ciellini sentiranno solo la narrazione ciellina; e i figli di comunisti, solo quella comunista; e i figli dei musulmani solo quella dei musulmani.

Vogliamo aule in cui bambini e ragazzi cristiani vivano insieme ad atei e musulmani, ragazzi ricchi con ragazzi meno ricchi, i figli unici di laici separati e rosi dai dubbi con i bambini felicissimi delle famiglie numerosissime dei ciellini piene di certezze.
Vogliamo che ragazzi e ragazze di diverse estrazioni si conoscano sui banchi di scuola, che si possano innamorare e diventare amici, secondo loro inclinazioni naturali, costruendo così una ricchezza culturale ed un patrimonio di solidarietà sociale che consentiranno al nostro paese di affrontare il futuro.

Noi crediamo nella scuola pubblica perché è di tutti, perché non seleziona per censo i ragazzi e perché non seleziona per ideologia i professori ed i programmi.

Finchè sarà l’unica ad avere questi requisiti, finchè l’idea di parità non includerà anche il diritto alla libertà di insegnamento ed il divieto di selezione ideologica degli insegnanti, sarà l’unica nostra opzione: lavoreremo perché abbia le risorse necessarie per essere anche una scuola di qualità e contrasteremo il finanziamento pubblico, occulto o palese, delle scuole private.

Questo tema, in particolare, richiede l’impegno dei socialisti nella campagna elettorale: il mondo della scuola ci riconosce un ruolo e una credibilità che sui temi dei diritti civili l’opinione pubblica riconosce forse maggiormente a Marco Pannella e ad Emma Bonino.
E’ un tema su cui la nostra organizzazione, con i suoi legami con il sindacato e gli insegnanti sa e può lavorare con profitto.

Se siamo d’accordo, possiamo costruire su questo il nostro contributo alla campagna elettorale in Lombardia.

Si potrebbe continuare.

Come possiamo pensare che le istituzioni possano gestire gli intensi movimenti migratori dal terzo mondo verso i nostri paesi e le politiche di integrazione ed accoglienza; come possiamo pensare di gestire i processi di internazionalizzatone delle nostre economie, se non riaffermiamo, alle base dei nostri ordinamenti il principio di laicità?

C’è una grande parte del mondo cattolico che concorda su questa necessità: basta pensare alla polemica tra il Vescovo di Como ed una organizzazione religiosa colpevole di aver concesso degli spazi alla comunità islamica per pregare.

D’altra parte, gli Usa che sono da trecento anni un melting pot di grandissimo successo devono la loro forza culturale, politica ed economica ad una costituzione illuminista che ha dato vita ad uno stato laico in cui, rispettando le leggi, ciascuno poteva e può sentirsi cittadino, indipendentemente dalla propria lingua, religione, razza.

Ma contestare l’ingerenza della Cei, sui comportamenti elettorali, contestare la condanna del relativismo, opporsi all’idea che esista una laicità “sana” e, dunque, anche una malata è un rigurgito di laicismo ottocentesco.
La verità è un’altra: una società che non pone alla base delle proprie istituzioni una principio chiaro di laicità rischia di divenire progressivamente sempre meno capace di gestire il futuro. Un’ultima considerazione.

Istituzioni laiche sono la pre-condizione per una società laica. Una società, cioè che non abbia la pretesa di ricondurre le relazioni individuali, sociali ed economiche agli schemi della tradizione o di una tradizione. Una società che non ha paura né della diversità né delle novità e che, con esse si confronta, senza sudditanze ma anche senza la pretesa di possedere una verità superiore.

In Italia siamo ben lontani da questo: diventa rivoluzionario non già sperimentare il nuovo ma anche solo riconoscere ciò che già c’è. I pacs non sono un stratagemma radicale per corrompere la società ma il riconoscimento di una realtà di fatto che richiede una qualche forma di regolamentazione che assicuri diritti minimi non solo tra gli interessati ma anche nei confronti di terzi. Non sono la negazione della famiglia ma il tentativo di una famiglia possibile. Forse anche la Chiesa avrebbe bisogno di più carità per accorgersi della condizione degli uomini e interpretarne i comportamenti.

Questa chiusura, questo bisogno spasmodico di un’ortodossia a cui riferirsi che il Centro destra così bene interpreta e si sforzerà di interpretare con le leggi che ha in animo di approvare nei tempi supplementari richiesti ed ottenuti con il ricatto da Berlusconi - sono una delle facce del malessere che spegne le energie del nostro paese e ne impedisce la ripresa.

Il progressivo invecchiamento della popolazione non ha solo effetti sui conti dell’Inps ma anche sulla propensione al futuro, sulla capacità di sperimentare cose nuove. Le incertezze che dominano la nostra vita in molti campi aggravano ancor di più il quadro.

La famiglia, una delle istituzioni più importanti e più in crisi, diventa l’ambito in cui rinchiudersi, in cui difendersi. L’estremo e spesso unico strumento di welfare, dove i conti quadrano fra la pensione dei nonni, il reddito sicuro dei genitori e la precarietà senza speranza dei figli.

Così i ragazzi rimangono presso la famiglia di provenienza fino a quando ragazzi non sono più da un pezzo e, in questo modo, rischiano di non sviluppare pienamente il potenziale creativo e rivoluzionario che è il principale contributo di ogni generazione a quelle che l’hanno preceduta.

Ne soffre l’intera società che non può permettersi un simile spreco: tutte le imprese più innovative che popolano il listino di borsa del Nasdaq o di Wall Street sono state create da ragazzi con meno di trent’anni che, essendo giovani, hanno intravisto bisogni nuovi ed hanno avuto l’idea di qualcosa che prima non c’era.

Su questa intuizione hanno avuto la fiducia di una sistema finanziario aperto al nuovo, anzi, che dell’apertura al nuovo ha fatto il proprio core business. Un business che qui non c’è perché l’economia e la finanza sono spesso chiuse in logiche corporative, dominate da meccanismi di cooptazione, familiari ed amicali. Tese a cercare privilegi e sussidi invece che a costruire valore.

Alle imprese mancate d’Italia corrispondono i posti di lavoro di qualità che non ci sono per i giovani laureati e diplomati. Così un’intera generazione sta consumando le proprie speranze, le proprie ambizioni, le proprie competenze e le proprie capacità nei call center, in attività precarie, mal pagate e senza altra prospettiva che sbarcare il lunario.

C’è bisogno di uno strappo. Il prossimo governo non potrà accontentarsi di amministrare bene. E’ necessario ed urgente che si produca una discontinuità e che il paese lo senta. Serve una sensibilità nuova prima che una nuova ricetta.

Un pezzo essenziale di questa nuova sensibilità, un pezzo sostanziale del riscatto del nostro paese sta proprio nella capacità di rompere i tabù, di mettere in discussione le vecchie idee, di rimettere l’accento sui problemi reali senza verità preconcette. Cioè in una società più laica, meno bigotta, meno ipocrita, meno succube di paure millenarie e di corporazioni molto potenti.

La Rosa nel pugno è certamente necessaria per vincere perché è l’unica formazione che allarga il perimetro elettorale del centro sinistra ma certamente ed ancor di più sarà necessaria a Prodi, quando avrà vinto, per ridare speranza e vivacità ad un paese che oggi ha paura del proprio futuro e per questo rischia di perderlo.

Basta mal di pancia, dunque, cari compagni. Non perché tutto va bene ma perché il molto di buono è di gran lunga sufficiente per dare fiducia a questo progetto. Ed è più di quanto abbiamo mai avuto in questi quindici anni. I congressi provinciali hanno prodotto molti contributi, tra cui quello di molti compagni della UIL. Contributi che arricchiscono il nostro dibattito.
Dobbiamo accoglierli e portarli a Roma. Rivendicarli come l’espressione di una nuova vitalità del partito e usarli al meglio, sapendo bene che due soli mesi di campagna elettorale e mezzi scarsi obbligano a delle scelte di comunicazione drastiche e nette.

Non è un problema solo dei socialisti, solo dello SDI.

Anche per i radicali la strada non è tutta in discesa, anche loro sono chiamati a cambiare pelle, ad abbandonare consuetudini e modelli che per molti anni hanno consentito a quel partito di segnare la storia d’Italia. Devono abituarsi ai nostri lunghi ed estenuanti processi decisionali che pure sono una grande ricchezza, ai nostri organismi, ai molti livelli della nostra organizzazione.

Il tempo per fare meglio, il tempo per integrarci meglio non mancherà, se vinceremo.


La Rosa nel pugno e la campagna elettorale.

Certo non sarà facile costruirla, la Rosa nel Pugno.
Molte sono le cose che ci uniscono ai Radicali ma molte sono le differenze che ci distinguono gli uni dagli altri.

Due idee diverse di partito, due modelli organizzativi e gestionali agli antipodi, due elettorati che rispondono a sollecitazioni intrinsecamente differenti.

Il successo della RNP verrà dalla abilità di sommare diversi fattori: la capacità di parlare agli elettori radicali che formano un elettorato d’opinione sconosciuto ma attento, sensibile alle battaglie politiche, alle parole d’ordine ideali che il partito riesce ad imporre all’agenda politica; la capacità di convincere tutti gli elettori dello SDI, spesso conosciuti quasi individualmente dalla micro organizzazione di massa che siamo stati capaci di salvare dal disastro e anche di ricostruire e potenziare con la nostra rinnovata presenza nelle amministrazioni; dalla capacità di trovare elettori nuovi – né SDI né radicali – attirati dall’unico progetto innovativo che queste elezioni sottoporranno agli italiani.

Tutti si devono occupare di tutto ma è chiaro che a noi socialisti spetta innanzitutto il compito di portare all’appuntamento elettorale del 9 di aprile tutti i voti che lo SDI raccoglie negli appuntamenti più politici e anche buona parte di quei voti che siamo capaci di raccogliere quando in gioco c’è il nostro ruolo di amministratori, di consiglieri comunali e di assessori. E di farlo, all’ombra di una campagna mediatica intrinsecamente rivolta a quell’elettorato d’opinione essenzialmente radicale che non è altrimenti raggiungibile.

Non è un risultato che si raggiunge spontaneamente, che viene da sé o che può essere messo a carico della campagna nazionale. Richiede una mobilitazione non solo organizzativa ma politica. Non basterà telefonare, bisognerà spiegare, discutere, convincere.

Il voto allo SDI è, spesso e soprattutto nelle elezioni amministrative, un voto al buon senso, alla reputazione, alla capacità degli amministratori socialisti. In questa campagna elettorale chiediamo un consenso diverso, chiediamo il voto per un progetto politico controcorrente, spigoloso, provocatorio.

Serve un impegno diverso ma anche la posta in gioco è assai diversa e non solo per chi sarà candidato ed eventualmente eletto in parlamento. La posta in gioco è di tornare ad essere, tutti insieme, attori decisivi della politica italiana. La Lega e l’UDC, con meno del 4% hanno condizionato l’intera legislatura, segnandone il percorso ed il profilo.

Il successo della RNP darà, immediatamente, a tutti gli amministratori della RNP un ruolo diverso. Soprattutto qui in Lombardia diventeremo improvvisamente un tassello essenziale della capacità dell’Unione di prevalere anche in realtà da sempre in mano al centro destra.

E’ complessivamente l’intero movimento laico, radicale e socialista che si gioca la partita dell’emancipazione dalla subalternità e dalla irrilevanza politica nelle scelte importanti. A Roma come sul territorio. Questa è la posta in gioco.Se ne siamo consapevoli si deve vedere: nella preparazione delle liste, nella raccolta delle firme, nella ricerca di risorse da destinare alla campagna elettorale.
br>Nella determinazione positiva con cui dobbiamo uscire da questo congresso. Nel sorriso che deve sostituirsi al broncio sulle nostre labbra.


L’unità socialista

Su un punto poteva riuscire meglio la RNP. Forse, però, c’è ancora tempo per rimediare. A Fiuggi, in settembre, quando per la prima volta ci siamo guardati in faccia, socialisti e radicali, De Michelis e Craxi erano venuti a dirci che sarebbero stati della partita, che il NPSI avrebbe lasciato l’innaturale collocazione a destra e che avrebbe gonfiato con noi la vela di questa nuova barca.

Non è andata così. Abbiamo assistito attoniti ad un congresso di rottura. Abbiamo salutato il ritorno a sinistra di Bobo Craxi e siamo stati delusi dall’involuzione inattesa di Gianni De MIchelis.

Enrico Boselli continua a ripetere che questa nuova esperienza è aperta a tutti i socialisti, eppure ci sono difficoltà. Bobo Craxi minaccia di presentare una lista socialista, non si sa con quale simbolo, non si sa con quale prospettiva.

Schermaglie, a cui dare poco peso: spero che Fiuggi possa essere l’occasione del superamento anche delle ultime incomprensioni.

L’unità politica dei socialisti è stata da sempre uno degli obiettivi dello SDI e penso che dobbiamo perseguire concretamente questo obiettivo con i tanti socialisti che non si sono più schierati, per riportarli, comune per comune, all’impegno politico sul nuovo, ambizioso progetto della RNP.

L’unità socialista, intesa come riunificazione degli spezzoni del PSI, può essere un propellente decisivo per un nuovo progetto ma come progetto in sé oggi è lontana dalle priorità degli italiani.

Se poi, l’Unità socialista fosse il progetto della ricongiunzione di tutti i partiti del socialismo europeo in un unico soggetto, beh, compagni, oltre al fatto che si tratterebbe di un progetto tutto interno alla politica- politica, l’unione di un partito del 20% con uno del 2% si chiama annessione e non dà valore aggiunto, come l’esperienza laburista ha ampiamente dimostrato. Se davvero fosse quello l’obiettivo, la necessità di crescere, di allargare il proprio elettorato di riferimento, di costruirsi un identità programmatica precisa e non generica sarebbe il primo problema, una questione pregiudiziale, se così si può dire. Altrimenti, gli stessi DS faticherebbero, come faticano, a trovarne il senso, se non, appunto, per un effetto di semplificazione dei complessi assetti dell’Unione.

Anche il continuo riferimento al periodo craxiano non è utile e non è giustificato. Neppure agli occhi di uno come me che, umilmente, ha sempre votato Craxi, nei congressi e nelle urne.

L’unica cosa che non possiamo fare al socialismo italiano è di condannarlo a morire in una visione autoreferenziale, dogmatica, nostalgica. Non possiamo obbligare gli italiani del 2006 a ritornare al 92 per abbracciare il PSI di Bettino Craxi e per cogliere di nuovo il garofano.

Oltretutto, non c’è mai stata un’ortodossia socialista, anzi, proprio questa assenza è stata per decenni, la principale diversità del PSI dal PCI. I socialisti di ogni epoca hanno costruito il loro socialismo, senza rinnegare il passato ma senza sudditanze dogmatiche o particolari riverenze. Oggi tocca a noi, pur nella consapevolezza di una grande inadeguatezza.

A Bobo Craxi e ai compagni del suo partito chiediamo di essere con noi nella RNP e di costruire con noi, con i radicali, con i laici ed i liberali un futuro che è tutto da scrivere.


Il partito e l’organizzazione
Il nostro partito arriva a questo congresso con una situazione che presenta luci ed ombre.

Abbiamo 4200 iscritti in tutte le province della Lombardia. Con questo congresso è nata, dalla federazione milanese la nuova federazione di Monza e Brianza, a cui sono onorato di appartenere.

L’anno 2005 ha visto venir meno la nostra presenza in Consiglio regionale, nonostante una performance elettorale non negativa, né a Milano né in altre province.

Risultati positivi sono invece venuti dalle elezioni amministrative. Abbiamo confermato la presenza nella Giunta di Mantova, siamo tornati in amministrazione a Pavia e a Lodi.
Complessivamente la nostra presenza nelle amministrazioni locali è in continua crescita: in settembre abbiamo dato vita, con un’assemblea molto partecipata, alla consulta regionale degli amministratori che raggruppa i quasi 500 amministratori locali del nostro partito.E’ ora però di non considerare più, la nostra presenza amministrativa, come se fosse un risultato in sé. Dobbiamo porci sempre di più l’obiettivo di aumentare la capacità del nostro partito di incidere sulle scelte concrete che le amministrazioni operano sul territorio.

Questo richiede due cose, difficili ma essenziali: la capacità di individuare momenti di raccordo fra gli amministratori presenti in enti e istituzioni diverse; la capacità del partito di svolgere un ruolo di regia e di sostegno alle azioni degli amministratori, almeno su quei temi su cui decidiamo di caratterizzare la nostra azione politica.

Non si tratta di tornare a modelli, un po’ sovietici, di prevalenza del partito sulle istituzioni ma di ritrovare il senso di una presenza collettiva, nella consapevolezza che sempre meno le soluzioni ai grandi problemi del nostro territorio risiedono nelle scelte di un singolo soggetto istituzionale, per quanto grande sia, o di un amministratore isolato per quanto capace.

Allo stesso modo non possiamo più accettare che la nostra presenza nelle istituzioni locali e negli enti si risolva in un diligente compito amministrativo: è ora che la dimensione politica del nostro impegno torni a svolgere un ruolo, sia nell’attività di governo, sia nel rapporto con i cittadini. Non possiamo accontentarci di essere buoni amministratori, dobbiamo cercare di diventare buoni amministratori socialisti della Rosa nel Pugno.

Insomma i tempi sono maturi perché torniamo a rivendicare la pienezza del nostro ruolo e del nostro impegno che non potrà più essere limitato all’amministrazione locale.

I cittadini non sono più soltanto membri di una comunità locale: sono consumatori, e lavoratori. Chiedono alla politica risposte su temi sempre meno riconducibili all’impianto istituzionale: comune, provincia, regione, stato.

C’è una riflessione da svolgere sulla forma partito e sulle modalità della partecipazione, anche alla luce dell’ormai pervasiva diffusione di nuovi strumenti di comunicazione.

Ora, senza aspettare nuovi modelli astratti che non verranno mai, si tratta di porre in essere forme concrete di organizzazione volte a cercare il rapporto con le diverse istanze sociali con cui oggi non riusciamo a parlare.

La consulta regionale del lavoro, che abbiamo costituito in gennaio, con l’impegno dei compagni e delle compagne attivi nel mondo del lavoro ed in particolare nel sindacato è un primo tentativo a cui dare più forza e più capacità operativa.

Dopo l’estate dovremo approfondire questi temi per attrezzarci al meglio per quella che sarà un stagione cruciale per il futuro del nostro partito, della Rosa nel Pugno e del centro sinistra.
br>Da subito dobbiamo iniziare a dotarci di strumenti nuovi, rimodulando le forme tradizionali di gestione – l’esecutivo, la segretaria – sui nuovi obiettivi: organismi snelli strettamente mirati sul loro specifico compito, senza troppi orpelli. Su questo sarà chiamata pronunciarsi subito la nuova assemblea regionale che eleggiamo oggi, quando dovrà, nella prima riunione, votare i propri organismi esecutivi.

Invito tutti i segretari provinciali ad acquisire ed utilizzare gli indirizzi e-mail di quanti hanno votato alle primarie dell’Unione.Dobbiamo usare la raccolta delle firme per arricchire il nostro data base di indirizzi di e-mail. Dobbiamo chiedere alle persone che già raggiungiamo di presentarci nuovi interlocutori. Questi contatti saranno preziosi, forse decisivi nella prossima campagna elettorale.Non da ultimo, voglio ricordare la questione delle risorse economiche. Anche se oggi tutte le federazioni versano il dovuto, pure, complessivamente abbiamo meno risorse di quante ci servirebbero per svolgere pienamente il nostro ruolo.

L’organizzazione, le risorse, i contatti, gli amministratori: in queste elezioni nutriamo una grande ambizione: ribaltare il risultato del 2001, quando la grande Lombardia, la prima regione d’Italia non elesse alcun parlamentare, eleggendo nella RNP una pattuglia di parlamentari socialisti che sappiano dare voce e corpo alla domanda di politica dei socialisti lombardi.


Conclusioni

Dunque siamo ad un momento cruciale della nostra storia. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Ci siamo arrivati, forse senza discutere abbastanza, con una proposta ed un progetto che hanno una grande potenzialità e che possono costituire una svolta. Soprattutto in Lombardia, l’alleanza con i Radicali Italiani appare foriera di grandi risultati.

La Lombardia è con il Veneto il cuore di quella questione settentrionale che la questione del futuro del paese, della sua evoluzione, del suo rilancio.

L’Unione nella nostra regione perde i confronti elettorali da molti anni, salvo alcune meritorie eccezioni e alcuni territori storicamente orientati a sinistra. Non è un fatto casuale: l’Unione non ha saputo fin qui interpretare lo spirito di questa Regione, che è in movimento, anzi in subbuglio e che ha generato negli ultimi trent’anni Craxi, Bossi e Berlusconi, cioè tutti i fenomeni politici rilevanti.

La Rosa nel Pugno sia nella competizione elettorale del 9 di aprile sia nei confronti amministrativi che seguiranno, fra cui spicca l’elezione del nuovo sindaco di Milano, può essere la novità che fa la differenza. Può obbligare l’Unione a riflettere sulle ragioni di questa distanza e a cambiare pelle.

Perché ciò avvenga, perché il risultato sia tale da obbligare l’Unione a cambiare non basta la tecnica elettorale, non basta l’organizzazione: i cittadini lombardi devono avvertire la novità della RNP, devono capirla, devono aspettarsi da noi un cambiamento.

Serve un partito compatto. Serve un partito motivato. Serve un partito che guarda all’essenziale e che sa rimandare a dopo le elezioni tutto il resto. Serve un gruppo dirigente che esca da qui con la determinazione a combattere fino in fondo la battaglia elettorale.

Una grande sfida. A tutti noi che la giocheremo: in bocca al lupo.

Sergio Fumagalli
Segretario regionale SDI


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