SULLA SCISSIONE DEL PD di Maurizio Giancola

25 febbraio 2017

SULLA SCISSIONE DEL PD di Maurizio Giancola


La scissione è avvenuta e, da quanto si legge, gli scissionisti daranno vita, insieme a coloro che si sono sfilati dal progetto di Sinistra Italiana, ad un nuovo soggetto che dovrebbe prendere il nome di Democratici e Progressisti. Una denominazione che ripropone tutte le vaghezze ed ambiguità che, dalla nascita del PDS in poi, hanno caratterizzato il post-comunismo italiano. Sappiamo però che numerosi ex e post-comunisti sono rimasti nel PD, a cominciare dal fondatore Veltroni, e questo rende vano ogni tentativo di definire la scissione come la divisione dei post-comunisti da componenti di diversa origine. Come interpretarla allora? In realtà c'è ben poco da interpretare perché mai si è assistito ad una discussione così povera, per non dire priva, di un'autentica ed approfondita dimensione culturale, politica e progettuale. Nulla di nulla sui grandi temi di fondo, tant'è che non è emersa alcuna significativa diversificazione su Europa, euro, economia, lavoro, immigrazione e via dicendo. Al massimo frasi generiche ed appelli vuoti e retorici ai margini di polemiche miseramente intestine e del tutto autoreferenziali. Nessuna riflessione sui limiti e sugli errori dell'Ulivo, sulla tragicommedia dell'Unione e sulla pochezza intrinseca che caratterizzò la nascita del PD stesso, un partito non partito, nato morto perché volutamente privo di radici, identità e progettualità politica nel senso vero e non esclusivamente politicista del termine. Del resto come potevano dividersi su temi che in realtà hanno sempre condiviso e che nessuno pare intenzionato a mettere in discussione? 

Nuovismo, fine delle ideologie, un progressismo indefinito, leaderismo, partito leggero con il culto delle primarie accanto all'europeismo retorico, alla difesa acritica dell'euro e alla piena adesione alla cultura mercatista e globalista. Su queste basi è nato il Pd, un partito definitosi di centrosinistra quando tutti sappiamo che i partiti sono di destra o di sinistra o di centro, anche se quest'ultima categoria è controversa. Di fatto sono stati sconfitti da Berlusconi nel 2008 e, dopo la sua caduta decisa altrove e da altri, hanno sostenuto le politiche reazionarie del governo Monti (ce lo chiede l'Europa) per poi dare, con la modestissima campagna elettorale del 2013, ampio spazio alla demagogia dei 5 Stelle. A quel punto si sono avvitati su se stessi finché è arrivato Matteo Renzi. 

Questo si è rivelato il problema vero. Accettato inizialmente da quasi tutti come il salvatore del partito ha portato alle estreme conseguenze le premesse veltroniane, che il mediocre Bersani aveva cercato di correggere senza successo perché troppo timido ed esitante. Renzi ha esasperato la concezione leaderistica e maggioritaria, abbandonando ogni simulacro di tradizione, ed ha avviato una politica avventuristica e muscolare. Ha scelto Marchionne e Farinetti schernendo la CGIL ed ha puntato tutte le sue carte sul Jobs Act, l'Italicum e una sgangherata modifica della Costituzione. Gli è andata male, ma non va dimenticato che questi provvedimenti malsani furono approvati dagli attuali scissionisti i quali, anziché chiedersi come fosse stato possibile arrivare a tanto, hanno pensato che il problema fosse Renzi e solo Renzi e che di conseguenza bisognasse rimuoverlo per ritornare al passato.
Per questo la discussione ha avuto come unico tema ed argomento Matteo Renzi, con il noioso corollario delle date di svolgimento delle primarie e del congresso. Insomma, come è apparso ai più perché così è stato, la differenza vera riguardava chi dovesse comandare nel partito, non che politiche si dovessero fare. Dopodiché ci si lamenta e preoccupa per l'avanzata del populismo.

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