MAI I SOCIALISTI DA CHE PARTE STANNO? di Giusi Sculli

08 febbraio 2017

MAI I SOCIALISTI DA CHE PARTE STANNO? di Giusi Sculli

Il 4 dicembre ha segnato un momento di grande partecipazione dei cittadini italiani, che dopo diversi anni dove tutto il sistema di partecipazione democratica è stato messo in discussione e sottoposto ad interventi di sottrazione, vedi sistema elettorale delle elezioni amministrative, elezioni dei sindaci delle città metropolitane, attacco alle rappresentanze dei lavoratori, tentativi di cancellazione delle elezioni Rsu nel pubblico impiego, le cittadine e i cittadini si sono espressi per bloccare una nefasta riforma della Carta costituzionale che avrebbe tracciato un nuovo ordinamento politico con la nascita di un senato non elettivo. I cittadini venivano tagliati fuori per costituzione dal diritto e dovere di partecipazione.

Questa scampata riforma costituzionale prevedeva inoltre, per le leggi di iniziativa popolare, che il requisito di 50 mila firme necessarie per la presentazione di un disegno di legge venisse aumentato a 150 mila, ovvero triplicato, fermo restando il termine di sei mesi per la raccolta.
Il popolo italiano ha detto No, e nonostante la politica abbia negato agli elettori una seria assunzione di responsabilità e il governo continui in beata cecità a proseguire su un selciato già tracciato, qualcosa si è mosso tra le coscienze dei cittadini e dei lavoratori.Tutti siamo stati attraversati da un brivido, un fermento che da diverso tempo non si avvertiva, il brivido di poter esprimere il proprio voto, la propria idea, il proprio veto. I cittadini per il No e i cittadini per il Si hanno animato il dibattito nelle piazze, nei gazebi, nei posti di lavoro, si sono sentiti attori, fautori, sognatori, illusi e disillusi partecipanti della democrazia. In questo clima di rianimata partecipazione la Cgil inizia la campagna elettorale per i due referendum sul lavoro. Due dei tre referendum a cui i sindacalisti della Cgil, i lavoratori sono arrivati con l’aiuto e la partecipazione di cittadine, cittadini, pensionati, studenti, disoccupati che hanno raccolto 4,5 milioni di firme. Questo percorso inizia con la presentazione un anno fa della Carta dei Diritti Universali del Lavoro, una riscrittura aggiornata e arricchita dello statuto delle lavoratrici e dei lavoratori. Una raccolta di norme destinate a tutto il mondo del lavoro, subordinato e autonomo, che è stata al centro delle assemblee nei luoghi di lavoro e dei pensionati, per la consultazione straordinaria delle iscritte e degli iscritti alla Cgil , con l’obiettivo ambizioso di far diventare la Carta una legge d’iniziativa popolare per ridare dignità a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici.

 Con il nuovo Statuto la Cgil vuole innovare gli strumenti contrattuali preservando quei diritti fondamentali che devono essere riconosciuti ed estesi a tutti, senza distinzione, indipendentemente dalla tipologia lavorativa o contrattuale, perché inderogabili e universali. Diritti che vanno dal compenso equo e proporzionato alla libertà di espressione, dal diritto alla sicurezza al diritto al riposo, ma anche alle pari opportunità e alla formazione permanente, un aggiornamento costante di saperi e competenze. Per ricostruire un diritto del lavoro a tutela della parte più debole nel rapporto di lavoro. Due i quesiti promossi dalla Cgil, che oggi vengono accompagnati dallo slogan “LIBERA IL LAVORO CON DUE SI”, riguardano: il primo l’abrogazione dei voucher, che come li ha definiti il segretario generale della Cgil sono uno strumento “malato” che andrebbe “azzerato” a favore di “una riforma per una contrattualizzazione pulita e esplicita che regolamenti il lavoro occasionale”; il secondo per la responsabilità solidale negli appalti, che riguarda milioni di lavoratori nel nostro Paese. La CGIL ancora una volta stimola la politica a mettere il lavoro al centro dell’iniziativa e dell’agenda di governo, non come elemento di conflitto tra le classi sociali, né come caprio espiatore di una crisi che ha ragioni strutturali ben più profonde del costo del lavoro e dei servizi pubblici. La campagna elettorale della CGIL continuerà ad animare i cittadine e le cittadine nelle piazze e nei posti di lavoro, ma ha bisogno più che mai di una sponda politica cosciente e responsabile che sappia cogliere il momento e l’occasione per cambiare rotta, per tornare ad occuparsi della crisi occupazionale e che sappia riconoscere la grave incertezza sociale che accompagna i lavoratori e i disoccupati, i giovani e i pensionati. In questo contesto più che mai le forze di sinistra devono ritrovare il loro ruolo di rappresentanza dei bisogni reali dei cittadini, devono comprendere la necessità di unirsi alle lotte sindacali e di rappresentarle in parlamento.

Una ampio numero di giovani italiani, offesi da un Ministro arrogante come Poletti,  sono costretti all’emigrazione, giovani istruiti e altamente formati “condannati ad essere camerieri d’europa” per l’incapacità della nostra classe politica di raccogliere  e di rappresentare gli aspetti critici della società.  Il partito socialista in questi anni di governo Renzi ha accettato riforme come “la buona scuola”, il “Job Act”, la cancellazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, senza prendere una posizione di “sinistra” una posizione socialista.

La riforma costituzionale ha visto una frattura in seno al partito, con la nascita dei Comitati socialisti del No, nelle cui fila hanno lavorato e si sono spesi compagne e compagni socialisti di tutto il paese, che hanno capito la gravità del momento e si sono impegnati per salvare la democrazia partecipativa e la Carta costituzionale con tutto il suo portato democratico, riformista e solidale.

Oggi alla vigilia del congresso socialista deciso da pochi giorni, ci dobbiamo domandare come si posiziona il partito socialista rispetto ai quesiti referendari proposti dalla Cgil e rispetto alla legge di iniziativa popolare la Carta dei Diritti Universali del Lavoro. Quale vuole essere la linea politica che animerà il dibattito e quale vuole essere il progetto paese per cui battersi e lottare. Il 4 dicembre è passato per noi socialisti come una questione di conflitto interno, di elemento di ulteriore divisione da assimilare alla questione giudiziale del congresso di Salerno. Questa è una lettura comoda e semplicistica che non rende giustizia al risultato del No; piaccia o non piaccia  se vogliamo essere un partito politico di sinistra non possiamo tacere le scelte sbagliate troppo a lungo, dobbiamo riempire gli spazi di rappresentanza che altre forze politiche tentano malamente di occupare. Dobbiamo rispondere a una domanda che troppo frequentemente ci vieni posta:

Ma i socialisti da che parte stanno?


 

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