LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE CENT’ANNI DOPO di Francesco Bochicchio

14 novembre 2017

LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE CENT’ANNI DOPO di Francesco Bochicchio

PREMESSA L’OTTOBRE CON GLI OCCHI DI IERI E DI OGGI E, SOPRATTUTTO, TRA IDEA E REALTA’

La Rivoluzione d’Ottobre ha un significato diverso a seconda che lo si veda nell’ottica di quando è stata realizzata e nell’ottica di oggi.

Allora fu una grande rivolta contro un regime dispotico e sanguinario e non poteva essere messa in discussione: la differenza tra i bolscevichi e i riformisti era di maggior forza, dei primi,  nell’abbattere lo zarismo. Nella differenza di posizioni, la preferenza non poteva non essere conferita ai primi.

Non è nata come modello rivoluzionario e Lenin non si è mai stancato di rimarcare le particolarità della rivoluzione, non pienamente riconducibile agli schemi marxisti, a causa della realtà specifica russa.

Solo dopo è diventata il modello della rivoluzione marxista, in ogni caso l’unico realizzato: quelle che le hanno fatto seguito, pur con particolarità, come la rivoluzione cinese, si sono sempre collocate sulla sua scia.  

Molte critiche di oggi non sono quindi giuste in quanto non solo avanzate con il senno del poi ma soprattutto tali da rivelarsi palesemente ingiuste in quanto non in grado di considerare la positività della rivoluzione, come fatto storico, e l’inevitabilità, allora, dei suoi limiti.

Ma tale differenza, indubbia, non è quella decisiva: i limiti, infatti, fecero sì che i suoi protagonisti, ivi compreso chi non la considerava tale come Lenin, la imposero come modello, sottraendosi  ad ogni confronto. Gli occhi di oggi derivano da quelli di ieri. 

La vera differenza è un’altra: quella tra idea e realtà. La realtà è quella che è e quella che era, come si poteva vedere ben subito e comunque irrimediabilmente dopo la morte di Lenin, mentre l’idea è sempre stata esaltata ed esaltante fino alla caduta.

Per i marxisti tale differenza è paradossale, in quanto il marxismo si basa proprio sulla prevalenza della realtà sull’ideologia

Ma un approccio storico e politico serio, soprattutto  per un marxista quale lo scrivente, richiede di valutare se la stessa differenza sia veramente negativa, tanto come approccio tanto in relazione al caso in questione e se -nel caso in cui si raggiunga il risultato che la differenza sia proprio negativo, come nelle presenti note- vi possa ed addirittura vi debba essere una rielaborazione. 

 

1.   LA VALUTAZIONE NEGATIVA DELLA RIVOLUZIONE OGGI.

Nell’89 con la caduta del mero di Berlino e nel ’91 con la caduta del regime sovietico il comunismo dell’Est si è dissolto. Sono cadute tutte le realtà ad esso riconducibili, tranne Cuba, che rappresenta una situazione particolare, la Cina, che in economia ha imposto il più ferreo capitalismo. e la Corea del Nord, che rappresenta una situazione inquietante.

E’ fallito in chiave economica, non essendo in grado di costituire un’alternativa al capitalismo, rispetto a cui ha registrato un netto peggioramento, ma anche politica, realizzando un regime oppressivo e che ha trattato in modo deteriore proprio quei ceti deboli e lavorativi che voleva proteggere, a fronte di un’”elite” di privilegiati oppressiva e senza contrasti, se non interni per ragioni di potere. E’ un fallimento che va oltre la singola esperienza storica: è il fallimento di un modello se non  addirittura di un’idea. L’unico comunismo tuttora in forza è, come detto, quello cinese che tutto è tranne che comunista.

Ed allora occorre andare  alla rivoluzione d’ottobre, alla sua grandezza, unica al mondo, ed anche al suo fallimento. Della rivoluzione d’ottobre va riconosciuta la caratteristica principale, di un grande e geniale atto volontaristico, che ha realizzato l’utopia con l’autoritarismo e la tirannia.  La sinistra marxista aveva smesso da tempo, prima del crollo di fine Novecento, di credere nella stessa come modello. Per spiegare razionalmente la circostanza -per un marxista la Storia non ha mai torto, e Marx disse, pressappoco, “Noi consociamo una sola scienza, quella della Storia”-, si è attribuita la responsabilità (prima al solo Stalin, ma ciò è durato poco, senza per questo sostenere la continuità tra i due, come si vedrà “infra”,. poi) a Lenin per preservare Marx e il marxismo, in un’ottica, scientificamente inammissibile se non addirittura deleteria, di creare una zona sacra intorno a Marx (Lucio Colletti) o indietreggiare di fronte all’autorità di Marx (Norberto Bobbio).

Lo scrivente, mai leninista ma “luxemburghiano” e della sinistra socialista, aveva sempre creduto in tale versione, volendo sostenere la possibilità di un marxismo diverso, ma ora deve fare autocritica e riconoscere che i vizi erano già tutti presenti in Marx, privo di una teoria politica seria e sostenitore di una teoria della rivoluzione volontaristica, in contrasto con il suo materialismo storico e  con la sua scienza dell’economia e con la sua  scienza sociale. Lenin si è posto così in termini di assoluta continuità rispetto alla parte meno vitale di Marx, quella politica, ma non rispetto a quella più vitale, sociale ed economica. Lo scrivente deve così, ad estremo malincuore, riconoscere che è riduttivo considerare Rosa come la vera erede del marxismo escludendo Lenin dall’eredità. Il rapporto è più complesso, anche se è da respingere il tentativo di Lelio Basso, di trovare un contemperamento tra i due, con Rosa per la rivoluzione nel capitalismo avanzato e Lenin negli anelli deboli. Ma su ciò si rimanda ad “infra”.

Lenin, per realizzare la rivoluzione in anticipo rispetto a quanto emergente dalla realtà economico-sociale, rinnega i principi fondamentali del marxismo, in primo luogo realizzando la rivoluzione negli anelli più deboli del sistema e non nella parte quelli più avanzata, tanto è vero che Gramsci definisce la rivoluzione d’ottobre quale “una rivoluzione contro il Capitale”, per essere chiari non contro il capitale quale entità rappresentativa dei rapporti di produzione e così del capitalismo come nella concezione di Marx –secondo cui , come è noto, il capitale non va identificato con i mezzi di produzione-,  ma contro il Capitale scritto da Marx, vale a dire contro l’ipotesi di transizione al socialismo ivi emergente,  Gramsci riconobbe la non riconducibilità della rivoluzione d’ottobre al marxismo ma la sostenne quale correzione coraggiosa del marxismo.

In secondo luogo, ha realizzato la rivoluzione non dei soli operai, ma anche dei contadini e dei soldati un‘ottica chiaramente non classista: del resto nel suo capolavoro sull’imperialismo Lenin aveva evidenziato la mancanza di natura  rivoluzionaria della classe operaia nei Paesi capitalistici maturi, soprattutto per quanto riguarda l’aristocrazia operaia in grado di usufruire del beneficio da sfruttamento dei Paesi deboli. 

Infine, realizzò le premesse per la rivoluzione in un solo Paese, a danno dell’internazionalismo: ciò non solo per ragioni contingenti, dovute all’accerchiamento dell’Unione Sovietica da parte dei Paesi capitalistici; ma anche perché Lenin, per attaccare il sistema negli anelli più deboli, sfruttò la prima guerra mondiale e la sua ottica di divisioni nazionali che avrebbero preso il posto delle divisioni di classe, come notò con grande acume Rosa Luxemburg, che, in polemica con Bernstein –il quale fu il vero artefice del voto favorevole della socialdemocrazia  al finanziamento dei crediti di guerra-, gli eccepì che da allora  l’operaio tedesco non avrebbe più combattuto il padrone tedesco ma l’operaio francese, in virtù dei diverso colore della divisa (il concetto fu poi immortalato da Fabrizio De Andrè in “La guerra di Piero”). Con la prima guerra mondiale furono poste le condizioni per sostituire la lotta tra nazioni alla lotta di classe.

Lenin diede impulso così ad una socialismo nazionalista che avrebbe smentito la sua funzione: non fu solo realismo, per smussare gli estremi dell’internazionalismo come quello di Rosa che si oppose all’autonomia della Polonia proprio per la sua ortodossia internazionalista, ma fu tale da arrivare ad un’ottica completamente opposta, senza un correttivo, compatibile con l’internazionalismo, come quello degli “Stati uniti socialisti d’Europa” di Otto Bauer e dell’austro-marxismo.  Il socialismo in un solo Paese fu poi realizzato definitivamente da Stalin ma anticipato da Lenin.

Questo non è un aspetto banale: E’ noto l’atteggiamento di Lenin conciliante con il Kaiser e con il prussianesimo:, da cui derivò la mancanza di solidarietà con Rosa Luxemburg, lasciata sola (da Radek emissario bolscevico a Berlino): non è condivisibile in alcun modo il sospetto lanciato da Pietro Melograni, storico ex marxista e poi liberal-conservatore, sul consenso fornito da Lenin al massacro di Rosa, consenso del tutto fantasioso, in quanto Lenin è sempre stato solidale con Rosa e viceversa, al di là dei dissensi politici che non portarono mai alla rottura a differenza dei rapporti di entrambi con Bernstein e Kautski. Vi era certo l’accerchiamento delle potenze capitalistiche a danno della Russia bolscevica, ma la caratterizzazione nazionale della rivoluzione resta indubitabile ed elemento essenziale del leninismo. E così l’Italia fascista fu all’avvio molto benevola nei confronti della Russia rivoluzionaria: l’aspetto nazionalista costituì un punto di contatto, almeno fino all’avvento del nazismo.

Il nesso con Stalin è complesso ed occorre respingere ogni lettura di continuità tra i due, lettura ormai purtroppo consolidata (esempio emblematico è rappresentato dalla ricostruzione storica del comunismo di Lenin e di Stalin ad opera di Andrea Graziosi), ma sono in molti –basti pensare, in via solo esemplificativa,  agli scritti sul centenario apparsi sul “Corriere della Sera” e sul “Sole 24 Ore”- ad accedere a tale ricostruzione, con l’eccezione di chi è ancora leninista. Lenin era un sincero marxista che puntava alla rivoluzione proletaria, ma a causa della sua tendenza verso l’ineluttabilità rivoluzionaria e della sua scelta di seguire il dettato politico marxista non esitò a bruciare le tappe.  Si sarebbe certamente accorto, se non fosse morto nel ’24, delle disfunzioni e delle degenerazioni del sistema e del fallimento del modello,  ed avrebbe tentato correttivi, come prima di morire fece con Buchairin introducendo  la Nep, ed anche inversioni di tendenza. Stalin, invece esaltò le disfunzioni senza distinguerle dalle  atrocità e realizzando un socialismo nazionale ed imperialistico rispondente alla sua vera indole. Lenin, come magistralmente compreso da Lucio Coletti (e, non senza indecisioni, da Louis Althusser), non considerò mai la violenza come centrale: l’esaltazione dannunziana della violenza che condizionò settori non banali dell’estrema sinistra italiana e che sfociò –sia ben chiaro in autonomia rispetto a tali settori, nonostante tutti i “teoremi” giudiziali fatti gioiosamente propri dal Pci-  terribilmente nl terrorismo, non appartiene  a Marx ed alla sinistra socialista, ma non appartiene nemmeno a Lenin.

 

2. FALLIMENTO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA E FALLIMENTO DEL COMUNISMO

La rivoluzione russa ha fallito in quanto il movimento operaio scelse la strada propria del capitale, il nazionalismo, di natura imperialista (sul nesso tra nazionalismo o ed imperialismo si rimanda ad altri scritti, che saranno a presto inseriti in un lavoro sistematico).

Fallito il modello e con esso fallita la rivoluzione, in quanto il modello russo spinse a non tentare soluzioni operaiste e gradualiste, il capitale ha vinto la sfida e, crollato il sistema sovietico ,ha tirato fuori il proprio volto  vero ed ha reso impossibile anche ogni ipotesi riformista: addirittura ha smantellato quelle conquiste sociali importanti che la socialdemocrazia pur non più marxista gli strappò sulla base dello spauracchio dell’URSS, addirittura fino a quando questi era ancora in piedi, sia pur come gigante di sola argilla.

La rivoluzione bolscevica, ruotante intorno al  tentativo fallito di Lenin, pur nella realistica presa d’atto del fallimento del tentativo, dimostra che Lenin è stato l’unico, in campo marxista, ad impostare il problema dell’autorità, irrinunciabile e non superabile con i soli rivolgimenti economico-sociali: se la tirannia è rovinosa e non porterà mai al socialismo, non per questo occorre dimenticare e trascurare che il capitale non consentirà mai soluzioni democratiche conflittuali e resisterà, anche con violenza o comunque in modo illecito,  nonostante la sua natura rovinosa.

L’autorità è necessaria  per incidere sugli aspetti sociali e può –ed anzi deve- essere compatibile con la democrazia.

Di Lenin rimangono la grandezza e la comprensione dell’autorità, essenziale per il socialismo ma anche per la democrazia.

Essenziale per costruire –il socialismo- ed essenziale per difendere la democrazia. In Lenin l’autorità è diventata ipostatica, fine a sé se stessa, in quanto l’obbligatorietà del fine e la sua assolutezza comportavano necessariamente la su imposizione.

E’ qui la grandezza di Lenin ed è qui anche la sua tragedia con il suo fallimento: comprese , e fu l’unico in campo marxista, il valore dell’autorità ma proprio l’essenzialità del fine lo ha portato a disancorare l’autorità dal fine.

Contro le su intenzioni è diventato il teorico della politica assoluta: la decisione fine a sé stessa, fondata sulla sovranità libera ed arbitraria di Carl Schmitt, base teorica della disintegrazione del costituzionalismo e del parlamentarismo e grimaldello per smantellare la repubblica di Weimar.  è opera di Lenin. Lenin è il precursore di Schmitt come compreso da Kirkheimer, da Carlo Galli, e come sviluppato dallo scribente.

 

3. COMPRENDERE LA RIVOLUZIONE RUSSA E RI-ELABORARE IL MARXISMO QUALE FONDAMENTO DELLA CONFLITTUALITA’ DI CLASSE E POI DEL SUPERAMENTO DEL CAPITALISMO: DIFENDERE LENIN ED ABBANDONARE IL LENINISMO.

Nell’avviarsi alla fase ricostruttiva, in modo di tracciare un bilancio finale dell’esperienza bolscevica ma che sia anche un bilancio di apertura della rielaborazione del marxismo conflittuale prima e rivoluzionario dopo, la rivoluzione bolscevica, nonostante le tante disfunzioni, che la portarono diritto ed inesorabilmente al fallimento, rappresentò un tentativo grandioso ed andava, almeno all’inizio,  appoggiato dai sinceri democratici ed in ogni caso dai sinceri democratici socialisti –come Rosa, e come, nonostante forme di “distinguo”, anche l’austro-marxismo, l’unica eccezione rilevante fu quella di Rudolf Hiilerding-. Non solo per l’abolizione di un regime sanguinario e di dispotismo assoluto quale lo zarismo, ma anche per l’abolizione dei privilegi e per il tentativo, per la prima volta incondizionato senza i limiti propri della rivoluzione francese, di fondare l’eguaglianza

Ma, parafrasando Battisti, c’è “qualcosa che non scordo”, Kronstadt, vale a dire un tentativo consiliare e pertanto di natura classista e rivoluzionaria di ribellione al bolscevismo, stroncato, nel sangue, da Lenin e Trotskij, per la precisione dal secondo con il beneplacito –e su ordini- del primo: Kronstadt dimostra che il fallimento del comunismo non è stato casuale ma è derivato in via indefettibile dalla pretesa di imporre il comunismo stesso anche contro i comunisti sinceri.  

Una recente lettura originale di Gramsci, fuori dall’asse con Togliatti ed anche da quello con Croce e tale da leggere Gramsci come critico e non come integratore del leninismo e come critico da “sinistra”, ad opera di Noemi Ghetti, acuta storica di origini padovane, segna  una differenza profonda tra Gramsci e Lenin sul piano privato e del personale: il primo fu sincero nei suoi amori, anche in modo anticonformista, in un’ottica di continuità tra privato e pubblico, mentre Lenin si trincerò dietro al perbenismo, creando una censura tra i due momenti.

Dall’impostazione della Ghetti, ancorata come detto al piano privato, emerge evidente la conseguenza politica.

Ma prima di arrivare a tale conseguenza, occorre un approfondimento sempre sul piano innovativo e lucido fissato dalla Ghetti: evidente il confronto di Gramsci con Rosa che rifiutò di rifugiarsi a Zurigo nei moti di Berlino del ’19, pur da essa stessa considerati prematuri, votandosi alla morte per mano dei “Frei-korps”, gruppi di ex militari di estrema destra al servizio della socialdemocrazia.  Arthur Rosenberg, grande storico di Weimar, e grande ammiratore di Rosa, criticò tale scelta, in quanto un “leader”, secondo la sua concezione,  deve avere il coraggio di salvaguardarsi e di non sacrificarsi: ed infatti, la  sua scomparsa può avere conseguenze nefaste, come l’ebbe a Weimar, dove senza Rosa, unico  grande personaggio politico della sinistra,  il disastro  fu inevitabile.

Per arrivare alla conseguenza del discorso impostato dalla Ghetti, viene da concludere in modo amaro: con il modello di Lenin e seguendo le regole ferree della politica -qui acquisisce nuova linfa l’analogia fissata dallo scrivente di Lenin con Schmitt, è qui che nasce la politica assoluta, incentrata sulla conquista del potere-, si realizza una rivoluzione degenerata, seguendo il modello di Rosa e Gramsci non si fa la rivoluzione. Per sfuggire a tale conseguenza, non è sufficiente una sintesi, prendendo il meglio dell’uno e dell’altro modello. Il modello migliore è quello di Rosa non disposta, per fare la rivoluzione pur da lei perseguita fino in fondo, a quei grandi cedimenti fatti propri da Lenin, e che a differenza di Gramsci ha sempre mantenuto fermo il marxismo come scienza, con profonda diffidenza verso ogni lettura umanista.

Ma un dato parziale va evidenziato quale primo risultato: se si pone il confronto tra Lenin e Rosa a partire dal dato personale si resta ad una visione parziale, e  non si raggiunge il risultato ricostruttivo perseguito dallo scrivente nelle presenti note. La differenza è sul piano del modello: il leninismo va abbandonato ma Lenin è ancora una figura gigantesca che molti insegnamenti può dare, anche se di completamento al modello di Rosa e dell’austro-marxismo. Ma è un completamento senza il quale il modello testé descritto rimane sola splendida teoria.

 

4. ABBANDONARE IL LENINISMO MA ANCHE LA SOCIALDEMOCRAZIA RITORNARE AL  SOCIALISMO DI SINISTRA PER FONDARE SCIENTIFICAMENTE IL MARXISMO.

Il vero nodo è rappresentato dal vedere la rivoluzione non come atto od anche come azione ma come processo, e di non fondarla sulla conquista del potere, che al contrario deve venire esclusivamente come conseguenza di una trasformazione economico-sociale. Le forze produttive devono essere in grado di scrollarsi di dosso gli obsoleti rapporti di produzione. Non vi è così meccanicismo come ritengono i leninisti, ma la classe operaia deve essere in grado di sostituire la centralità del lavoro al capitale. Fin quando la classe operaia si accontenta di miglioramento delle condizioni di vita anche nella fase di consumo, non è in grado di guidare l’economia Il rifiuto del lavoro e la liberazione dal lavoro sono effetti di tale impostazione: assolutamente non riconducibile a ciò è la liberazione del lavoro, che pone la classe operaia in grado di sostituirsi al capitale.

Su tale aspetto, che è quello fondamentale, la scelta, univoca e senza condizioni,  è per il modello di Rosa, in cui  è profonda ed anzi incolmabile la differenza anche con Gramsci: in questi il blocco storico e l’egemonia economico-sociale restano ricondotti ad una logica volontaristica e soggettiva, mentre in Rosa nessun cedimento vi è su tale punto, in quanto la scienza di classe è sempre legata all’idoneità delle forze produttive a sostituire  i rapporti sociali esistenti con altri che si pongano in termini di maggiore razionalità. Il momento soggettivo in Rosa è fondamentale ma sempre in funzione di quello oggettivo.

Ovviamente inconciliabile è il modello di Rosa rispetto alla socialdemocrazia di Bernstein e Kautski, ll primo che rinunzio non solò alla rivoluzione ma anche alla lotta di classe, il secondo che non rinunziò mai alla rivoluzione ma solo in termini nominali, rimettendola ad un evoluzionismo senza rotture, in virtù della sola democrazia parlamentare.

Poi, è sul modello di Rosa, integrato, tra gli altri (non si possono dimenticare Bucharin, geniale correttore di Lenin, e i socialisti di sinistra italiani Riccardo Lombardi e Lelio Basso) dall’austromarxismo e da Hilferding -al momento in un’ottica gradualista per la verità non molto congeniale a Rosa- che si può e si deve inserire il realismo di Lenin, con la autonomia della rottura rivoluzionaria e dell’autorità  rispetto al momento economico-sociale, ovviamente in un’ottica democratica e non totalitaria.   

Di Lenin rimane la geniale comprensione che le forze produttive con la loro crescita e la loro idoneità  a fondare nuovi rapporti produttivi non possono fare a meno della forza e dell’autorità. Al contrario dell’ortodossia del leninismo, non si tratta di ricorrere al partito per organizzare la classe e per esaltare il momento soggettivo: ed infatti, nel leninisno, la coscienza di classe viene imposta dall’esterno in un’ottica solo illusoria, in quanto il partito può ridare alla classe la forza ma non l’idoneità a cambiare i rapporti di produzione.

Non si deve creare una commistione di piani, come fatto da Lenin ma anche, in direzione affatto opposta, da Rosa.

Tutti conosciamo ed amiamo la frase di Rosa, ebbene ricordiamola nella sua interezza[1].

Così si trascura il momento della forza, che non deve esser impiantato dall’esterno ma non può essere trascurato. Ma va chiarito, contro Lenin ed anche sul punto specifico contro Marx, he la forza deve essere democratica.

Se Rosa, prendendo la parte vitale di Marx, si incentra sula dialettica tra forza produttive e rapporti di produzione, ponendo la libertà solo come momento di esplicazione della classe, Lenin valorizza la forza ma si illude di imporre la liberta,  comprende la sovrastruttura ma la funzionalizza all’obiettivo e ne trascura la valenza intrinseca, sostituendola con l’autorità. Rosa trascura di sostenere e difendere la libertà con l’autorità, mentre Lenin sostituisce la libertà con l’autorità. Rosa rinuncia a vincere, ma Lenin persegue una vittoria destinata inesorabilmente alla degenerazione.    

La soluzione è nell’assetto costituzionale trascurato da entrambi, sia pur con una profonda differenza, in quanto combattuto da Lenin e dato per presupposto da Rosa.

Non per questo si deve accettare l’impostazione della socialdemocrazia che ha valorizzato l’assetto costituzionale rinunziando alla lotta di classe.

 

CONCLUSIONI: SI PUO’ RESPINGERE LA REALTA’ E SALVARE L’IDEA? IN ALTERNATIVA, COME PUO’ L’IDEA DIVENTARE REALTA’?

Per fondare il marxismo di classe occorre abbandonare una volta per tutte liberarsi del leninismo (ma non di Lenin).

Ma la via rivoluzionaria del  socialismo di sinistra di Rosa, unica strada, non è in questo momento meno inattuale con la disgregazione della classe realizzata dal capitale finanziario. E’ solo un’idea.

Occorre rinunziare alla tentazione di sostituire un’idea con un'altra. Il marxismo come scienza svanirebbe nel vuoto.

E’ questo il nodo vero che il centenario della Rivoluzione d’ottobre ci offre.

E’ stata una grande idea realizzata in modo fallimentare.

E’ la sovrastruttura che violenta la struttura, ma questa, proprio “marxianamente”, si vendica.

La condanna della realtà fallimentare può non portare alla rinunzia all’idea solo se questa è in grado di diventare, “marxianamente”, realtà, secondo le leggi della Storia e non alterandole.

La rivoluzione è tale solo se è scienza, “rectius” se è frutto di scienza. La teoria della prassi di Marx (e di Lenin e poi di Gramsci) pretese invece di  fondare in via autonoma la prassi.

Ed è scienza solo se si basa sul nesso di causalità e non sul finalismo teologico che, all’esatto opposto, è indice di idealismo.

La rivoluzione non è necessaria e soprattutto non è inevitabile, ma, all’esatto contrario,  è la forma di una transizione ad una realtà più razionale che sostituisce il lavoro al capitale, la produzione rispetto all’accumulazione fine a sé stessa e pertanto intrinsecamente improduttiva e solo speculativa.

La realtà di cui al capitalismo va sostituita gradualmente rendendo il lavoro fattore dominante. La sostituzione non è inevitabile in quanto il capitale è non inganno ma razionalità limitata, è una forma di manifestazione di una produzione dominata ed indirizzata dallo scambio, mentre la produzione deve essere intrinseca (la differenza tra manifestazione e apparenza è fondamentale nel “Capitale”, come mostrato da Riccardo Bellofiore).

La rivoluzione non è frutto di un disegno immanente alla Storia, disegno immanente che non è nient’altro che la secolarizzazione del divino: essa è il frutto  di una costruzione paziente e gradualistica. Marx, in “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, ammette il gradualismo e la lunga opera di scavo, indimenticabile è l’espressione esemplare dello scritto,  “ben scavato vecchia talpa”), ma quale prodromica ad un ordinamento cesarista, a conferma della propria debolezza in materia politica.

Certamente, il gradualismo non è sufficiente ma è necessaria una rottura rivoluzionaria e qui il gradualismo di Otto Bauer e di Riccardo Lombardi deve sfociare nella rivoluzione anche come atto e come evento. E Rosa, (con Lelio Basso) vera sintesi di questa concezione rivoluzionaria, deve essere, integrata da Lenin sul piano dell’autorità

La scienza rivoluzionaria richiede la dialettica, ma materialista. Le contraddizioni quali elementi non autonomi ma singoli momenti  di un sistema, non cessano di essre reali..

La dialettica deve essere liberata dell’idealismo hegeliano che pone tutto in funzione di un disegno dello Spirito. Feuerbach rovescia la dialettica hegeliana rendendo l’uomo manifestazione intrinseca dell’assoluto, immanente e non spirituale. In Marx questa incrostazione idealistica resta con la novità dell’uomo sociale sostituito a quello individualistico.

Questa impostazione, che non è riuscita a rovesciare la dialettica hegeliana per farla diventare materialista,  ha avuto il culmine nel leninismo (Anton Pannaloek ha criticato la filosofia leninista quale intrisa di idealismo, con ripercussioni sulla parte politica)  nella rivoluzione bolscevica.

Ora che il capitalismo si è dimostrato potente ma rovinoso e  non riformabile, la ripresa del marxismo antagonistico prima e rivoluzionario dopo (senza poter quantificare il tempo necessario) è inevitabile: ed occorre fare i conti con la rivoluzione bolscevica.

Questi i passi della ricerca:

a)  il materialismo storico come filosofia materialistica e fondamento di una scienza sociale, seguendo l’impostazione di Galvano della Volpe., con spunti di  Lucio Colletti, Claudio napoleoni, Karl Korsch e Alfred Sdhmidt, nonché con intuizioni di Louis Althusser; non il materialismo non aleatorio attribuito a quest’ultimo, il che è un modo elegante di eludere il problema, ma razionale e logico;

b)    la scienza critica del capitale incentrata sul valore-lavoro, vale a dire sull’individuazione di un valore assoluto e non relativo dell’economia, rappresentato per l’appunto dal lavoro, ma con una profonda rielaborazione dell’analisi marxista, profonda rielaborazione che veda come la rivoluzione industriale abbia completato l’essenza del capitalismo rappresentata dalla civiltà degli scambi (Filippe Braudel, seguito in campo marxista da Paul M. Sweezy in contrasto con l’analisi ortodossa di Maurice H. Dobb), in quanto lo sfruttamento del lavoro è solo un momento della moltiplicazione degli scambi (Schumpeter non a caso scrisse che Marx nel “Capitale” cercava il socialismo ma trovò il capitalismo), moltiplicazione degli scambi che non è più sufficiente e quindi sfocia nella caratterizzazione finanziaria dell’ultra-speculazione, come risultante dalla più importante opera marxista dopo Marx, “Il capitale finanziario” di Rudolf Hilferding”; il capitale diventa il Capitale in quanto non è certamente  (solo) l’insieme dei mezzi di produzione ma non è solo un rapporto di produzione, è la personificazione e l’identificazione del Denaro, in grado di prescindere anche dalla Merce; da M-D- si è passati in Marx a D-M-D ed ora a D-D; l’alienazione e d il feticismo della merce sono momenti idealistici e superati dell’analisi marxiana (non me ne vorrà l’amico Riccardo Bellofiore);

c)    il rifiuto del nazionalismo e della soluzione nazionale e della sovranità statale, ma non della sovranità popolare, e quindi la rielaborazione dell’internazionalismo quale mirante a comunità sovra-nazionali fondate sulle federazioni e sulle autonomie;

d)   la centralità del costituzionalismo non solo quale tutela, ma acneh quale forma di realizzazione di nuovi assetti sociali, rispetto a cui deve essere subordinata la forza con l’autorità, in ogni caso essenziali;

e)  la consapevolezza che per il momento, alla luce della disgregazione della classe, l’unica conflittualità antagonistica consentita non è a breve termine rivoluzionaria ma si deve limitare ad un riformismo gradualista in grado di correggere fortemente il capitale finanziario, deviandolo dalla sua natura distruttiva ed alterandolo e snaturandolo, in chiave solo riformista.

La rivoluzione dialettica e scientifica che verrà fuori dall’enucleazione e dalla realizzazione di tali passi dovrà fare costantemente i conti con la Rivoluzione russa, ma tenendo, altrettanto costantemente,  ben presente che, a differenza di questa, sarà una rivoluzione che non farà l’assalto la cielo ma si fermerà alla terra, anzi si asseterà saldamente su di questa  per renderla razionale.


[1] “La libertà è la libertà sempre e soltanto di chi la pensa diversamente. Non per fanatismo per la “giustizia”, ma perché tutto quanto vi è di istruttivo, di purificatore, di salutare nella libertà politica dipende da questo modo di essere, e perde la sua efficacia quando la “libertà” diventa un privilegio”... “Ma se le cose stanno in siffatti termini, allora è chiaro come il socialismo per sua natura non possa essere oggetto di autorizzazione, né introdotto con ukase. Esso ha presupposto una serie di misure di forza – contro la proprietà ecc.. Il negativo, la demolizione li si può decretare; la costruzione, il positivo, no. Terra vergine. Mille problemi. Solo l’esperienza è in grado di correggere e di aprire nuove strade. Solo una vita fermamente senza impedimenti immagina mille nuove forme, improvvisa, emana una forza creatrice, corregge spontaneamente tutti i granchi. Perciò appunto la vita pubblica degli stati con libertà limitata è così deficiente, così schematica, così sterile, perché escludendo la democrazia ci si rifiuta la viva fonte di ogni spirituale ricchezza e progresso. Come è politicamente, così é economicamente e socialmente. Tutta la massa del popolo vi deve prendere parte. Altrimenti il socialismo viene decretato, autorizzato dal tavolo di una dozzina di intellettuali”.

Vai all'Archivio