IMPEGNO SOCIALISTA: UN PARTITO DI GOVERNO di Davide Passamonti
29 maggio 2026
Oggi si sente spesso dire: "C'è
un vento di destra nel paese"; e aggiungo in Europa e in occidente. È
altrettanto vero, però, che manca completamente una visione chiara di cosa sia la sinistra oggi.
Per quanto riguarda l'Italia, va
constatato che i due principali partiti di "centrosinistra" – Partito
Democratico e Movimento 5 Stelle – non sono riusciti mai a qualificarsi in modo
efficace e permanente con le qualifiche di partiti: autonomi, responsabili e
autorevoli. Le infinite contraddizioni interne ai due partiti e la mancanza di
programmi politici di lungo respiro, cioè di quelle "visioni del
mondo" chiare e definite, hanno pesato notevolmente sui risultati
elettorali e hanno evidenziato tutti i limiti delle precedenti esperienze di
governo.
Qualsiasi impegno moderno per
un’autentica cultura socialista deve passare attraverso un’autonoma analisi dei
cambiamenti socio-economici odierni. L’autonomia deve sorgere da un ritrovato
spirito d’iniziativa sciogliendo il legame di sudditanza ideologica dalla
cultura neoliberista come unica “cultura vincente”, quindi, staccarsi dai suoi
imperativi ideologici: il mito della crescita, il PIL come unico criterio per
indicare il benessere di uno Stato.
Storicamente l’autonomia culturale
per i movimenti politici socialisti viene dall’analisi e interpretazione
dell'assetto strutturale della società. Il “riassetto”, nel socialismo, non
nasce da principi o postulati astratti, non da certezze aprioristiche ma da
un’analisi e valutazione delle situazioni storiche, delle condizioni e dei
rapporti sociali che ne derivano.[1]
Nella tradizione socialista
occidentale, la “Programmazione economica”[2]
ha ricoperto un interesse centrale ed è stata intesa come metodo di gestione
“socialdemocratico” del capitalismo nelle democrazie liberali occidentali.
Stato e mercato, libertà economica e
programmazione non sono in contraddizione o contrapposizione; anzi, lo scopo di
questo metodo è l’aggiustamento reciproco del settore pubblico e quello di
mercato. Questi possono essere armonizzati e resi complementari, realizzando i
due obiettivi: la crescita e una equilibrata allocazione ed equa distribuzione
delle risorse.
Avendo carattere normativo, nella
pratica, la programmazione si traduce nello stabilire come e in che modo lo
Stato, controllando il 50% delle risorse, «può orientare lo sviluppo
dell’intera economia nazionale verso la realizzazione di obiettivi economici e
sociali prioritari, rispettando l’equilibrio tra i due settori e le loro
logiche di funzionamento».[3]
Realizzare obiettivi socio-economici, quindi, è lo scopo della programmazione.
Il piano assume carattere democratico in quanto pianifica una serie di
obiettivi gerarchicamente ordinati e coerenti tra loro. Le priorità sono
espresse attraverso la concertazione tra le parti sociali e votate dai
rappresentanti eletti.
Per realizzare la programmazione,
però, sono altrettanto fondamentali tutti «quegli istituti, strumenti,
procedure disponibili o da trasformare o da creare per rendere efficace e
coerente l'azione del potere pubblico, all'applicazione di un metodo nella direzione
quotidiana della politica economica [e sociale] conforme alle finalità e ai
criteri della programmazione, alla valutazione esatta di tutte le condizioni
necessarie per il raggiungimento degli obiettivi».[4]
In Italia, la programmazione
economica assunse maggior rilievo economico-sociale in merito a due fattori: il
divario Nord-Sud e la presenza di un settore pubblico, burocratizzato e
inefficiente, da riportare ad una dimensione di efficacia ed efficienza delle
prestazioni e, quindi, utilizzabile come leva per programmare lo sviluppo.
La riforma del funzionamento dello
Stato diventa, dunque, il tema centrale e costitutivo di un partito socialista
di governo. La riforma dello stato cessa così di essere uno slogan, sbandierato
in vari tentativi - disastrosi e controproducenti - di riforme costituzionali,
tentati negli ultimi decenni, e «diventa il tema centrale della politica
finalizzato alla creazione di una efficiente e democratica direzione pubblica
dello sviluppo economico e del progresso sociale e civile».[5]
Un partito socialista di governo
«deve stabilire una prassi d'incontri e confronti tra i propri organi dirigenti
e le organizzazioni rappresentative del mondo del lavoro, della produzione,
della ricerca, della cultura. È in termini di partecipazione, di autogoverno,
di soluzioni dinamiche da sperimentare e aggiornare e approfondire in continuo
confronto con la realtà in movimento, che vanno affrontati e risolti i problemi
della società italiana».[6]
Ad esempio, vanno affrontati temi come: la riduzione della durata del lavoro
(come orario medio di lavoro) e la redistribuzione delle ore
"liberate" fra la popolazione disoccupata, ma potenzialmente
occupabile; erogare lavoro utile socialmente, cioè chiedersi quali lavori,
quali beni e servizi, quali occupazioni e quali attività sarebbero utili da
"creare".
L'indirizzo proposto in questo
"impegno socialista" vuole essere un richiamo ad un nuova azione
politica che tenga conto che le condizioni della società italiana, europea e
occidentale sono arrivate ad un punto tale che divengono indispensabili e
urgenti delle riforme di struttura dei modelli socio-economici odierni. Sta ai
socialisti, con i loro valori di cambiamento e di progresso economico-sociale,
riprendere iniziative concrete che mettano in primo piano i problemi e le
aspirazioni di partecipazione democratica che si manifestano nella società:
partendo dai giovani; dai disoccupati; dai lavoratori poveri e a rischio
disoccupazione in seguito alle nuove tecnologie; dalle donne.
Infine, ma non per questo meno
importante, è prioritario per ogni partito socialista richiamarsi ai suoi
storici valori internazionalisti, cioè all'Europa. «È l'Europa il terreno
sociale, economico, politico e culturale sul quale può svilupparsi una iniziativa
socialista capace di costruire un modello alternativo rispetto al
neocapitalismo».[7] È
dalle istituzioni europee e dal Gruppo Socialista che deve ripartire la spinta
ad un'ulteriore integrazione europea democratica.
[1] Archibugi F. (2022), Il Privato Collettivo – Un nuovo
socialismo che sta cambiando il paese, Roma, LUISS.
[2] L’impostazione
scientifica moderna della politica economica si deve soprattutto a Ragnar
Frisch e Jan Tinbergen. L’esigenza di coordinamento dei provvedimenti
economici, derivante dalla interdipendenza esistente tra i fenomeni economici,
diviene di fondamentale importanza nelle economie moderne. L’ulteriore
contributo dei due premi Nobel è quello di porre l’attenzione su quanto sia
adeguata o meno la scelta degli strumenti disponibili - e utilizzabili - dai
responsabili delle politiche economiche, in rapporto ai fini che essi hanno
intenzione di realizzare. Dare forma coordinata e coerente alle decisioni di
politica economica elaborando uno schema logico per verificare la razionalità
del sistema stesso prende il nome di programmazione. Vedasi: Archibugi
F. (2002), L'economia associativa, Sguardi oltre il Welfare State e nel
post-capitalismo, Edizioni di Comunità, Torino. Tinbergen J. trad. it.
Antonelli G. (1967), Sviluppo e pianificazione, Milano, Il Saggiatore.
Tinbergen J. trad. it. Fiori G. – Jannaccone Pazzi R. (1969), Principi e
metodi della politica economica, Milano, Franco Angeli. Myrdal G. (1960), Beyond
the Welfare State. Economic Planning in the Welfare State and Its International
Implications, London, Yale University Press.
[3] Ruffolo G. (1985), La qualità sociale. Le vie dello
sviluppo, Roma-Bari, Laterza.
[4] Giolitti A. (1992), Lettere a Marta, Ricordi e
riflessioni, Bologna, Il Mulino.
[5] Giolitti A. (1967), Un socialismo possibile, Torino,
Einaudi Editore.
[6] Giolitti 1992, cit.
[7] Giolitti 1992, cit.